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The Zero Theorem - Tutto è vanità

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Stefano La Rosa03 settembre 2013
 

  • Foto dal film The Zero Theorem - Tutto è vanità
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In un universo parallelo e distopico, l’informatico Qohen Leth (un bravo Christoph Waltz) viene incaricato di risolvere quel ‘teorema zero’ che dovrebbe svelare l’assenza di significato, il nulla dell’esistenza umana. A capo dell’operazione presiede Management, che controlla e coordina l’intera popolazione attraverso una sorveglianza costante.

Qohen è un uomo chiuso in sé stesso, incapace di relazionarsi con le persone e il mondo circostante e in attesa della tanto agognata 'chiamata'. Una volta accettato il compito, però, si troverà risucchiato in un tunnel senza via d’uscita, dove la soluzione del 'teorema zero' sembra impossibile da cogliere e farà vacillare gradualmente le certezze dell’uomo.

Ad accompagnarlo in questa ricerca c’è Bob, figlio di Management, un ragazzino prodigio di quindici anni che spezzerà, insieme ad una giovane donna di nome Bensley, la solitudine radicale del protagonista.
Terry Gilliam torna a quelle atmosfere e quelle ambientazioni che lo avevano reso celebre con pellicole come "Brazil" e "L’esercito delle dodici scimmie", e questa volta incentra il suo discorso sulla disperata ricerca di un senso che spinge un uomo alienato a scontrarsi con le sue paure e le sue difficoltà relazionali, nonché a cercare di scalfire un sistema che lo tiene stretto in una morsa e per il quale la speranza è un nemico da eliminare.

Rispetto ad un lavoro come "Parnassus", "The Zero Theorem" ha il pregio di avere ben chiaro quale sia il suo orizzonte narrativo; il problema, invece, è come cerca di raggiungerlo. Dopo una buona introduzione, dove il personaggio di Qohen e il contesto narrativo vengono presentati con sintesi ed efficacia, il film perde progressivamente quella vitalità che lo rendeva stimolante.
Le relazioni tra i personaggi si fanno meccaniche, la storia arranca e sprofonda nel già visto. Quando Gilliam si concentra sul suo protagonista e i confini del racconto sono delimitati dalle pareti della sua casa (un’affascinante chiesa sconsacrata) il film acquista una sua luce; non appena l'occhio del regista si allarga e la sua attenzione si sposta sull'universo distopico che fa da ambientazione al film, si viene travolti da un’ondata di anacronismo che, purtroppo, si attacca indissolubilmente allo spettatore per tutta la durata della pellicola.

Anche il rapporto che Qohen instaura con Bensley e Bob vive di luci e ombre: da un lato sembra conferire un sapore più intimo e individuale alla ricerca del protagonista, dall’altro rimane incastrato, anch'esso, in una scrittura che non riesce a rinnovarsi.
Un po' come tutta la produzione recente di Gilliam, che sembra ricadere negli stessi meccanismi narrativi, senza riuscire veramente ad aprirsi a nuove prospettive.


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