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The Sound and the Fury







Dopo “As I Lay Dying” James Franco porta sullo schermo un altro romanzo di William Faulkner, “L’urlo e il furore”. Al centro dell’intreccio, una famiglia americana del Sud, i Compson, la cui storia è strutturata in tre capitoli, ognuno filtrato dal punto di vista di un fratello: Benji, Quentin e Jason. Tramite drammi e pensieri del singolo, allora, entriamo nell’intimo di una famiglia in lenta decadenza, dove anche i rapporti tra i fratelli nascondono ambiguità e desideri repressi.
Il primo capitolo è molto brutto: Benji è interpretato dallo stesso Franco ed è un trentenne mentalmente ritardato che ha nella sorella, Caddy, l’unico punto di riferimento. Scegliendo di riprendere la struttura del libro, raccontato tramite frequenti streams of consciousness, la storia del ragazzo e del suo affetto per la sorella viene fuori da un collage di flashback, immagini ‘mentali’ e voci fuori campo. Cercando di restituirci la confusione e il procedere per suggestioni del pensiero, James Franco rimane intrappolato, invece, in una rappresentazione priva di alcuna direzione, dove le immagini ricercano una poeticità estetizzante e ostentata e mascherano un vuoto di contenuti. La scelta, poi, di interpretare lui stesso Benjamin si rivela di pessimo gusto: quello che vediamo non è un ragazzo affetto da ritardi mentali, ma James Franco che fa smorfie e sembra alla ricerca della migliore espressione deformante. Alcune sono molto credibili, peccato che vediamo solo quelle e niente dell’interiorità tormentata del personaggio.
Passando al secondo capitolo, la situazione non migliora poi tanto: Quentin è un personaggio con delle indubbie potenzialità e, in questo caso, l’obiettivo di Franco è di indagare la pulsione individuale che si scontra con aspettative e imposizioni della famiglia. Di nuovo lo stream of consciousness è il linguaggio prediletto e questa volta prende forma nel volto di un padre le cui parole pesano come un macigno sul pensiero e sulle scelte di Quentin. La struttura e qualche scelta estetica sono interessanti, peccato però che il dramma di un personaggio sulla carta umanissimo venga ridotto ad una condizione emotiva finale di cui distinguiamo solo la sbiadita patina di un percorso interiore.
Il terzo capito è quello più compatto e, seppur non particolarmente approfondito, il personaggio di Jason è quello più definito, anche se, un’altra volta, non riusciamo a comprendere a pieno le motivazioni che lo spingono ad agire e ad essere in un certo modo.
Al di là del peso e delle qualità proprie al singolo segmento, la domanda che sorge spontanea dopo il film è se, in fin dei conti, racconti davvero qualcosa: ciò che sopravvive alla visione è il ricordo di un’atmosfera angosciante, un po’ ambigua, un po’ morbosa, ma nessun messaggio, nessuna visione personale sulla vicenda, sulla famiglia, sui personaggi. Come se Franco avesse preso le parole di Faulkner e avesse sacrificato tutto ciò che non fosse strettamente funzionale alla ricerca dello stile e dell’effetto: quindi via la ricerca sui personaggi, l’indagine sulle psicologie; ciò che serve è un po’ di colore, un po’ di dramma e un po’ di poesia.

La frase:
"La vittoria è solo un’illusione dei filosofi e degli stolti".

a cura di Stefano La Rosa

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