Le pagine della nostra vita
Non c'è dubbio che Nick Cassavetes sia cresciuto a pane e cinema, letteralmente. Con una madre come Gena Rowlands ma soprattutto un padre del calibro di John, il piccolo Cassavetes teoricamente non può sbagliare un film. E in effetti il teorema regge perfettamente anche con "The notebook", tradotto in un italiano marzulliano come "Le pagine della nostra vita". Il mestiere nel maneggiare la macchina da presa lo si riconosce senza fatica, Cassavetes si muove senza problemi nel territorio non agile di un tipo di cinema classico, un cinema in cui la trasparenza di montaggio guida docilmente per mano lo spettatore. Nulla è lasciato al caso, i climax, le scene madri, gli snodi narrativi sono tutti guidati docilmente dalla sequenza delle immagini e da una colonna sonora che sa giocare (anche troppo) bene con i sentimenti del pubblico.
Cassavetes si permette inizialmente anche di disorientare chi guarda, alternando un'apertura lentissima e subito (tragicamente) tendente al melenso e alla malinconia zuccherosa, con una seconda sequenza frenetica e spumeggiante. Un bel modo di rendere, attraverso una ricerca di "senso cinematografico", lo scontro anagrafico che coinvolge i rispettivi protagonisti.
Dicevamo che l'erede di una tale famiglia non può ontologicamente sbagliare un film. Il problema di Cassavetes figlio, evidenziato da quest'ultimo lavoro, non è infatti una mancanza di perizia nella conoscenza e nell'utilizzo del mezzo, tutt'altro. Sta piuttosto nel voler rimanere ancorato in modo pedissequo e minimalista a canoni di sceneggiatura e recitazione che ricalcano una certa tradizione statunitense stereotipata e sentimentalista. Per cui "Le pagine della nostra vita" è costruito con un'attenzione ai particolari quasi maniacale, una costruzione dell'immagine rivolta ad un'integrazione paesaggistica minuziosa, ma cade nei vizi di una celebrazione del mito americano attraverso l'esasperazione di un'avventura impossibile che tanto grande ha reso il "film di genere" hollywoodiano ma che altrettanto grandemente ha stancato nella ripetizione di suoi cliché.
Il difetto principale di Cassavetes è di costruire magnificamente una storia senza nerbo, falsa nella sua costruzione di topos cinematografici e climax di tipo buonista/drammatico.
Anche l'intreccio di flashback, seppur bene inquadrato come gioco a rincorrersi nello sviluppo dei due piani temporali distinti, contribuisce ad appesantire un quadro che già nella sua immanenza narrativa non risulta semplice.
Discreta la prova dei due protagonisti, la brava ed espressiva Rachel McAdams, e Rayan Gosling, già visto in "The biliever", anche se non reggono in modo soddisfacente alla prova dell'unico primo piano che Cassavetes gli offre.
Un film tradizionalista e, a tratti retorico, che evidenzia tuttavia una buona direzione tecnica. Peccato perché, pensato diversamente, sarebbe potuto essere qualcosa in più che il semplice film di un'estate qualsiasi.

La frase:
"Buonanotte amore"
"Buonanotte, a domani"

Pietro Salvatori

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