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I magnifici 7

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio19 settembre 2016Voto: 7.0
 

  • Foto dal film I magnifici 7
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Tenendo in considerazione il fatto che, a quanto pare, abbia deciso di diventare regista dopo la visione de “I sette samurai”, diretto nel 1954 da Akira Kurosawa, chi glielo avrebbe mai detto all’americano Antoine Fuqua – autore, tra l’altro, di “Training day” e di “The equalizer – Il vendicatore” – che nel 2016 si sarebbe trovato dietro la macchina da presa per realizzare il rifacimento de “I magnifici sette” di John Sturges, remake in salsa western proprio di quel super classico della Settima arte giapponese?

Remake che, nel 1960, diede oltretutto avvio a una vera e propria saga costituita da altri tre lungometraggi, se escludiamo una serie televisiva e la derivazione fantascientifica “I magnifici sette nello spazio”; prima, appunto, di venire rivisitato in un XXI secolo in cui l’idea della tirannia sembra essere ancora attuale e nel quale, di conseguenza, risulta sempre indispensabile fare la cosa giusta per le persone bisognose di aiuto, indipendentemente da chi si è moralmente.

Perché, in maniera piuttosto fedele alla pellicola originale, viene ancora una volta tirato in ballo il manipolo di eroici individui del titolo, stavolta coinvolti dalla giovane Emma Cullen alias Haley Bennett per far sì che proteggano la cittadina di Rose Creek, ormai sotto il controllo dello spietato industriale Bartholomew Bogue, con il volto di Peter Sarsgaard.

Eroici individui che, capitanati in quel caso da Yul Brinner e qui da Denzel Washington nei panni del cacciatore di taglie Chisolm, sono il saggio giocatore d’azzardo Josh Faraday, il pistolero Goodnight Robicheaux, Billy Rocks, amico e confidente di quest’ultimo, Jack Horne, montanaro sopravvissuto da solo nella natura selvaggia, il fuorilegge in fuga Vasquez e Red Harvest, indiano Comanche, rispettivamente interpretati da Chris Pratt, Ethan Hawke, il sud coreano Byung-Hun Lee, Vincent D’Onofrio, il messicano Manuel Garcia-Rulfo e Martin Sensmeier, attore di discendenza Koyukon-Athabascan e Tlingit.

Una combriccola mista che, di conseguenza, non può fare a meno di spingere a pensare che l’America sia oggi molto meno razzista rispetto ai tempi in cui venne prodotto il capostipite; del quale viene bene o male rispettata la struttura narrativa ponendo qualche morto immediatamente in apertura, per poi dedicare il resto alla presentazione dei diversi personaggi e alla preparazione nei confronti della attesissima resa dei conti conclusiva.

Resa dei conti che appare in questo caso, ovviamente, più lunga e spettacolare (con tanto di esplosioni) in confronto a quella – comunque lodevolissima – messa in scena in scena dal citato Sturges, ma che viene anche preceduta da un altro coinvolgente scontro a fuoco posto a circa metà delle totali due ore e dodici. Man mano che si avverte anche una certa dose di crudezza sicuramente dovuta all’influenza che i fondamentali e molto più violenti lavori di Sam Peckinpah – a cominciare da “Il mucchio selvaggio” – hanno avuto sulla Settima arte durante i cinquantasei anni che separano questa rivisitazione dal materiale da cui prende le mosse.

Rivisitazione, quindi, tutt’altro che disprezzabile e, fortunatamente, concretizzata ricorrendo soprattutto alle reali acrobazie degli stuntman... dispensando un ulteriore aspetto che le consente di riuscire nella non facile impresa di manifestare lo stesso sapore del grande classico di partenza, senza snaturarlo e aggiornandolo solo dove veramente necessario.


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