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Ted Bundy - Fascino Criminale

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio06 maggio 2019Voto: 5.5
 

  • Foto dal film Ted Bundy - Fascino Criminale
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“Poche persone hanno l’immaginazione per la realtà”.
È questa frase dello scrittore, poeta e drammaturgo tedesco Johann Wolfgang von Goethe ad aprire il secondo lungometraggio cinematografico diretto dall’americano Joe Berlinger, che, specializzatosi in documentari e produzioni televisive, torna al grande schermo quasi vent’anni dopo essersi occupato de “Il libro segreto delle streghe: Blair witch 2”, datato 2000.

Un lungometraggio che, come il titolo stesso lascia intuire, si concentra sullo spietato e prolifico assassino di donne Theodore Robert Bundy, meglio conosciuto come Ted Bundy e di cui la finzione ha avuto modo di occuparsi, tra l’altro, attraverso i tv movie “Il mostro” di Marvin J. Chomsky e “Ted Bundy – Il serial killer” di Paul Shapiro, rispettivamente risalenti al 1986 e al 2003, il riuscito “Ted Bundy” di Matthew Bright, del 2002, e il dimenticabilissimo straight to video “Ted Bundy: An american icon”, firmato sette anni dopo da Michael Feifer.
Un lungometraggio che si distacca nettamente dai citati, in quanto, anziché tentare di abbracciare il genere al fine di mettere in scena le numerose uccisioni (circa trenta dichiarate, ma si sospetta siano state molte di più), parte dalla Seattle del 1969 per privilegiare il rapporto che s’instaura tra l’intelligente e carismatico protagonista, interpretato da Zac Efron, e la ragazza madre Liz alias Lily Collins, la quale s’innamora di lui e finisce per ritrovarsi messa a dura prova dal momento in cui viene arrestato con l’accusa, appunto, di essere il responsabile di una serie di efferati omicidi.

Omicidi che, uno escluso, vengono soltanto raccontati verbalmente nel corso della ora e cinquanta di visione, destinata per lo più a mostrare la bella e insospettabilmente marcia faccia pulita che Bundy sfruttava per conquistare la fiducia da parte del prossimo e nascondere agli occhi di amici e conoscenti l’ignobile essere che realmente era.
Ora e cinquanta che, accompagnata da una ricca colonna sonora spaziante da “Crimson and clover” di Tommy James & The Shondells a “I gotcha” di Joe Tex, passa per una fuga sulle note di “The letter” dei Box Tops nell’attraversare gli anni Settanta; man mano che vengono tirati in ballo l’Haley Joel Osment di “The sixth sense – Il sesto senso” nei panni di Jerry, collega di lavoro della donna, John Malkovich in quelli del giudice Edward D. Cowart e Jim Parsons nel ruolo del procuratore della Florida Larry Simpson.
Senza contare James Hatfield dei Metallica nella parte del poliziotto Bob Hayward e Kaya Scodelario impegnata ad incarnare Carole Anne Boone, altra conquista del serial killer, uomo che scopriamo, oltretutto, nutrire una certa ammirazione nei confronti del romanzo “Papillon” di Henri Charrière.

Perché, ambientata quasi del tutto negli interni che fanno da scenografie alla lunga vicenda giudiziaria bundyana, è in particolar modo sulle non disprezzabili prove sfoggiate dagli attori che tende a poggiare l’operazione, di taglio chiaramente teatrale.
Un’operazione che, però, non solo non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si sapeva a proposito di questa figura resa tristemente nota dalla cronaca nera statunitense, ma rischia di risultare eccessivamente verbosa e tirata un po’ troppo per le lunghe.


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