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Short skin - I dolori del giovane Edo











Il diciassettenne pisano Edo (Matteo Creatini) soffre di una malformazione al prepuzio che, non consentendogli una perfetta erezione, rende goffo e insicuro qualsiasi suo approccio con l'universo femminile.
Tutti, attorno a lui, sembrano non parlar d'altro che di sesso: l'amico Arturo, ossessionato dall'idea di perdere la verginità fino a dichiararsi disposto anche a farlo con un polpo, i genitori di Edo (Bianca Nappi e Michele Crestacci) che lo esortano a dichiararsi alla vicina di casa Bianca nonostante questa lo veda perlopiù come un amico; persino la sorellina Olivia, alla ricerca di una cagnolina con cui fare accoppiare il cane di famiglia, risulta più disinibita di lui rispetto all'idea del sesso.
Edo invece rifugge il problema, spaventato all'idea di un intervento chirurgico e incapace di confidarsi con parenti o amici.
A rompere gli indugi del giovane non saranno le pressioni esterne, bensì l'incontro con una ragazza conosciuta per caso in spiaggia e la presa di coscienza che il diventare adulto passi, per forza di cose, anche attraverso la risoluzione al suo problema.
Senza giraci troppo intorno, Short Skin è un gioiellino.
In un'annata cinematografica gravata da troppe produzioni italiane di livello generalmente medio/basso, Duccio Chiarini esordisce nel lungometraggio con un piccolo miracolo di equilibri in cui pochi elementi, combinati assieme in maniera intelligentissima, funzionano a meraviglia.
Funziona innanzitutto una storia - in buona sostanza un racconto di formazione declinato come una tenera, seppure a tratti delicatamente scorretta, educazione sentimental-sessuale - che non ha la pretesa di dire troppe cose e tutte insieme e che, così facendo, ottiene il risultato di avvicinarsi incredibilmente alla vita.
Chiarini ha la felice intuizione di azzerare la distanza di sicurezza che intercorre tra la macchina da presa e il protagonista e, complice l'immediata simpatia del giovane protagonista, pone così lo spettatore all'interno della storia, in qualità di complice e confidente dei dubbi del protagonista piuttosto che semplice sguardo esterno.
Ecco quindi che tutto, anche i dettagli più intimi della vicenda, non viene mai mostrato con il distacco tipico dell'autore onnisciente (nulla a che vedere coi Kids di Larry Clark per intenderci) ma con una sorta di affettuosa e pudica partecipazione ai "dolori del giovane Edo", come recita il sottotitolo del film.
E' chiaro il tentativo dell'autore di descrivere fragilità e debolezze di quella zona d'ombra situata in prossimità del delicato passaggio dall'adolescenza all'età adulta e, in quest'ottica, la scelta del giovane interprete di Edo, qui alla sua prima esperienza come attore, appare perfetta.
Piccolo gentiluomo così magro e disarticolato nei movimenti, Matteo Creatini è la personificazione fisica dell'incerto che abita le spalle strette di chiunque si trovi ad attraversare quell'età transitoria in cui non si è già più ragazzi ma nemmeno ancora uomini.
Il senso di consapevole inadeguatezza che è in ogni suo gesto quasi ce lo fa voler bene e non è affatto un caso che sia fisicamente così simile all'Edoardo Gabbriellini di Ovosodo perché a conti fatti le coordinate, non solo geografiche, di Short Skin sono rintracciabili proprio nell'inno allo "scazzo" generazionale di Virzì.
Ad accomunare i due film c'è la stessa sensazione di ritrovare, in certi discorsi o in certe occhiate lanciate su un futuro fatto di amici che partono e facoltà universitarie da scegliere, anche qualcosa di sé che soltanto il cinema fatto bene riesce a riportare a galla.
Chiarini ha le idee molto chiare (mi si perdoni il gioco di parole) sul taglio da dare al suo film e uno dei punti a suo favore è proprio nel tentativo di costruire un'opera, magari anche minima, ma non per forza relegata all'interno dei codici non scritti di certo cinema italiano.
E' evidente nella scelta delle inquadrature, mai banalmente descrittive, e in una colonna sonora dal respiro internazionale, interamente composta dalle tenui ballate del collettivo canadese dei Woodpidgeon.
Tutti elementi che, una volta sommati, riescono a non far minimamente pesare il budget risicatissimo a disposizione del regista per la realizzazione del film.
E' importante sottolineare, infatti, come Short Skin sia stato realizzato soprattutto grazie ai centocinquantamila euro stanziati ogni anno da Biennale College - Cinema attraverso un bando destinato alle migliori opere prime o seconde.
Già applaudito sia al Festival di Venezia che all'ultima Berlinale, la speranza è quindi che questo piccolo e importante film, più che essere semplicemente apprezzato, riesca proprio a farsi voler bene da quanta più gente possibile.

La frase:
"Secondo me, a furia di stare esposti a tutte queste emozioni, perdiamo sensibilità".

a cura di Fabio Giusti

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