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Scary Stories to Tell in the Dark

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio18 ottobre 2019Voto: 6.5
 

  • Foto dal film Scary Stories to Tell in the Dark
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Le storie feriscono, le storie guariscono. Ma, soprattutto, le storie ci rendono ciò che siamo. Ne sanno sicuramente qualcosa i giovanissimi Stella, Auggie e Chuck, ovvero Zoe Margaret Colletti, Gabriel Rush e Austin Zajur, i quali, residenti in una piccola cittadina della Pennsylvania, penetrati durante la notte di Halloween del 1968 in una casa stregata locale s’imbattono in un libro di racconti spaventosi appartenuto a Sarah Bellows alias Kathleen Pollard, rimossa da tutte le fotografie di famiglia.
Lo spunto che, sotto la produzione del vincitore del premio Oscar Guillermo del Toro, figurante anche tra gli sceneggiatori, basta al norvegese André Øvredal – autore di “Trollhunter” e “Autopsy” – per adattare su grande schermo la serie di libri indirizzati ai giovani lettori “Scary stories to tell in the dark”, scritta da Alvin Schwartz e composta da tre volumi pubblicati dal 1981 al 1991.
Non a caso, al di là dell’anno di ambientazione, per merito soprattutto della splendida fotografia a cura di Roman Osin è un’avvolgente atmosfera che richiama non poco l’horror su celluloide risalente al decennio in cui spopolarono Freddy Krueger e Jason Voorhees a dominare la quasi ora e cinquanta di visione, sicuramente vicinissima allo spirito dei lavori di Joe Dante, ma tutt’altro che priva di rimandi agli universi su carta nati dalla penna di Stephen King. Sarebbe sufficiente citare la combriccola di giovani tirati in ballo, che sembrano usciti direttamente dal periodo di “Stand by me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner, con tanto di bullo che li tormenta, o la presenza dei campi coltivati dall’aria minacciosa; per non parlare della sequenza di morte in cui è coinvolto lo spaventapasseri della locandina, che tanto ne richiama una analoga vista in “Grano rosso sangue III: Urban harvest” di James D.R. Hickox, pur non riprendendone la sanguinolenta messa in scena.
Perché, sebbene l’evoluzione della vicenda arrivi ad abbracciare dinamiche simili a quelle alla base della saga “Final destination”, con i protagonisti impegnati ad intuire in anticipo chi sarà il prossimo a tirare le cuoia, l’intenzione dell’operazione è, in maniera evidente, tutt’altro che provocare nello spettatore disgusto e raccapriccio attraverso splatter ed esplicita violenza grafica, bensì regalare qualche piccolo brivido che, proprio come negli anni Ottanta, sia in grado di conquistare anche lo spettatore non più adolescente.

Ed è, ovviamente, la giusta dose di effettistica digitale a consentire di non far risultare eccessivamente impressionanti momenti come quello volto a mostrare le ripugnanti conseguenze di una puntura di ragno sul viso; man mano che si sguazza in mezzo a spettrali figure zombesche, chiare strizzate d’occhio alle pellicole di paura giapponesi proto-“The grudge” e una creatura che non avrebbe affatto sfigurato nello stuolo di esseri infernali partoriti dalla mente dello scrittore britannico Clive Barker.
Al servizio di un insieme che, fortunatamente, non si riduce all’ennesimo campionario di gratuiti jump scare come vuole la moda dell’orrore in fotogrammi d’inizio XXI secolo, ma sfrutta a dovere le entità soprannaturali in tutto il loro “splendore” e, complice il continuo rimando alla guerra del Vietnam, non nasconde neppure un intelligente sottotesto relativo alle vittime spesso trasformate in mostri, lasciando avvertire allegorie politico-sociali care, tra l’altro, al compianto George A. Romero... oltretutto omaggiato tramite una proiezione de “La notte dei morti viventi” in un drive in.


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