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Roma

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Rosanna Donato30 agosto 2018Voto: 9.0
 

  • Foto dal film Roma
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Se dovessimo scegliere una parola d’ordine per “Roma”, il nuovo film di Alfonso Cuaron, diremmo “acqua”. Perché l’acqua è un elemento che ricorre spesso durante la pellicola: serve per pulire, per dare da bere ai meno abbienti, per partorire (il momento dell’apertura delle acque in gravidanza, che è visibile nel film), si trova nel mare che viene mostrato verso la fine. È ovunque. Le protagoniste sono Cleo (Yalitza Aparicio), una donna che lavora come domestica per una famiglia borghese che vive nella Città del Messico del 1971, e Donna Sofia, madre di quattro figli impersonata da Marina de Tavira.

Quello di Alfonso Cuaron è un film in bianco e nero che, nonostante la scelta stilistica di non usare una fotografia a colori, riesce a dare una grande vitalità alle scene, anche grazie all’intensità della sua regia, ricca di movimenti di macchina repentini, precisi, netti, e inquadrature perfette, in grado di rendere ogni momento autentico, coinvolgente, emozionante, profondo. Insomma, tutto quello che ci aspettavamo da un regista del calibro di Alfonso Cuaron, noto al mondo per aver diretto film come “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” e “Gravity”. Una macchina da presa che dà il giusto peso ad ogni scena. Nulla è lasciato al caso, ma ognuna di esse ha senso di esistere perché permette di entrare a fondo nella storia, di coglierne ogni piccola sfumatura, anche la più nascosta, anche la meno incisiva, che per merito del regista acquista improvvisamente una valenza simbolica importante. La riuscita di “Roma” è da attribuire anche alla sceneggiatura curata in ogni suo piccolo dialogo, in ogni battuta, e solida come poche.
E lo si capisce nel momento in cui notiamo che i personaggi della storia sono credibili dall’inizio alla fine, senza mai risultare fuori luogo o esagerati nelle loro movenze e soprattutto nel loro essere. E poi è necessario parlare delle scenografie, che ricostruiscono per filo e per segno quegli anni in maniera elegante, molto precisa e dettagliata, senza tralasciare assolutamente nulla, pur cercando di frenare il sentimento che guida la sua personale e nostalgica rievocazione del passato.
Il regista, infatti, prende spunto dai suoi ricordi personali, lasciando emergere da una parte il suo bisogno di raccontare, raccontarsi in qualche modo, e dall’altra la volontà di contenersi nel dare libro sfogo ai ricordi. E ciò emerge dalla messa in scena studiata.

Con il titolo “Roma”, è bene dirlo, Cuaron intende il nome del quartiere borghese dove viveva da bambino, e infatti ha cercato di riprodurre in ogni singola parte gli ambienti che hanno caratterizzato la sua infanzia, come la casa in cui risiedeva e le zone in cui si spostava da bambino, mettendo in mostra anche l’arredamento di quell'epoca. Contribuiscono a dare maggiore spessore alla pellicola di Alfonso Cuaron i suoni, le voci, i rumori, che non cenano ad attestarsi per tutta la sua durata. Come servissero per dare più veridicità a quanto è raccontato dal regista. E, infatti, così è.
In tutto questo Roma, il suo quartiere d’origine, diventa simbolo di una famiglia, perché - come vale per la zona stessa - anche le protagoniste vengono danneggiate in diversi modi per tornare in vita più forti che mai, aiutando tutti e senza lasciarsi sopraffare da chi non merita il suo aiuto, ma anzi mostrandosi più in gamba di loro.
A dimostrarlo, la loro grande capacità di amare senza fare distinzioni, aiutando anche chi non si è comportato nei migliori dei modi nei propri confronti. Sono donne forti, lasciate ai margini dalla società e alla costante ricerca della propria identità.


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