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Remember

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Riccardo Favaro10 settembre 2015
 

  • Foto dal film Remember
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Il Leitmotiv di questa mostra è la dimensione del ricordo, l'immersione nel ricordo, la rivalutazione del ricordo, il viaggio attraverso il ricordo.

“Remember” di Atom Egoyan è un'operazione di recupero, un'esplorazione dell'universo interiore del novantenne Zev (Christopher Plummer) alla ricerca, dopo la morte della moglie Ruth, del criminale nazista che ha sterminato ad Auschwitz la sua famiglia assieme a quella di Max, un compagno di casa di riposo che organizza tutto il viaggio del protagonista con tanto di lettera-guida (perché l'anziano “vendicatore solitario” soffre di demenza senile e sembra rimuovere continuamente buona parte del proprio passato).

Tra Stati Uniti e Canada si consuma un viaggio di ricongiunzione con i momenti più cupi dell'esistenza di Zev, passando per hotel di lusso (perché, anche se degente, l'ebreo Max dispone comunque di grandi somme), negozi d'armi da fuoco, dogane e un ospedale.
E dopo una serie di “errori”, di “case sbagliate” (uno stesso cognome può essere diffuso a causa dell'orrida pratica che avevano i nazisti in fuga di rubare l'identità a prigionieri deceduti nei lager per costruirsi una vita d'anonimato nel nuovo mondo) il protagonista giunge, nel finale, ad una sconvolgente resa dei conti con l'anziana SS.

Il film di Egoyan (in concorso) è un lavoro pulito ed essenziale, libero da atmosfere eccessivamente pesanti (basti pensare che più di una volta si riesce pure a ridere nonostante i temi in ballo siano decisamente drammatici) e in linea con le prerogative di un prodotto adatto alla grande distribuzione (una tendenza che il regista armeno naturalizzato canadese ha rafforzato negli ultimi anni).
La prova dell'ottantacinquenne Christopher Plummer, che si confronta con un ruolo di buona caratura e di certo non agevole da manovrare, è assolutamente all'altezza delle aspettative. Degni di nota nel cast anche due navigati attori come Martin Landau e Bruno Ganz (in un piccolo ruolo).

La pulizia e la trasparenza che Egoyan pone come ragioni programmatiche del suo lavoro sono decisive nel conferire alla pellicola un potenziale evocativo significativo: si pensi ai continui richiami simbolici ai campi di concentramento nazisti (questa è la materia che si tratta, nulla di sorprendente in effetti) che Zev incontra ripetutamente nella quotidianità (esempio su tutti quello della “doccia”, del vapore, tremendo emblema della shoah), o si pensi allo smarrimento che provoca la naturale inclinazione della cultura e della legislazione statunitense a favorire il dilagare della violenza (il riso amaro della scena in cui viene comprata una pistola è più che sufficiente).

Il tutto viene ottenuto con grande moderazione, con sfumature che sono sintomo di profonda sensibilità nell'affrontare una delle pagine più tremende della nostra storia. E certamente lo spaccato che si offre, il taglio adottato, permette di riflettere nello specifico sullo scioccante fenomeno della fuga dei criminali di guerra e del loro pacifico e tranquillo inserimento lontani dalla patria (fatta eccezione per quelli braccati da Wiesenthal).

Sottotono la costruzione dei personaggi secondari (il figlio del protagonista è una figura abbastanza inutile) ma è più che apprezzabile l'epilogo (anche se poteva essere costruito con più precisione), una piacevole anomalia in relazione alle aspettative che lo spettatore normalmente si crea, istruttivo nella sua totale tragicità.


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