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Rabbia in pugno











E’ un pezzo non poco simile alla "Eye of the tiger" inclusa nella colonna sonora di “Rocky 3” (1982) ad accompagnare le immagini di un incontro di kickboxing che scorrono durante i titoli di testa.
Del resto, al centro della quasi ora e mezza di visione troviamo il Claudio Del Falco di "Ultrà" (1991) nei panni di un poliziotto campione proprio dello sport da combattimento che prevede calci e pugni, il quale, accecato dalla rabbia e dalla sete di vendetta, decide di farsi giustizia da solo dal momento in cui apprende dell’improvvisa morte della compagna incinta, con le fattezze della brassiana Gaia Zucchi.
Perché, con il decesso della donna dovuto a un arresto cardiaco provocato dall’ignara assunzione della ghb, pericolosa droga dello stupro somministratagli nel corso di un incontro in una discoteca insieme a un losco produttore cinematografico incarnato da un Maurizio Mattioli lontano dai suoi classici personaggi comici, risulta immediatamente chiaro che l’intento del regista Stefano Calvagna – impegnato anche a concedere anima e corpo all’inseparabile amico del protagonista – sia quello di riallacciarsi al gettonatissimo filone cinematografico post-"Il giustiziere della notte" (1974) che ha fatto della liberatoria violenza al servizio del bene e del riscatto il suo fortunato ingrediente.
Un filone che in Italia non si cavalca praticamente più dai tempi della morte della produzione di genere e che venne rappresentato soprattutto dal poliziottesco, ma che, considerando anche il coinvolgimento di spade e di scontri corpo a corpo, sembra in questo caso attingere in maniera chiara, inoltre, da determinati lavori d’oltreoceano appartenenti al decennio reaganiano.
E, mentre in scena abbiamo, tra gli altri, la Valeria Mei de "Il punto rosso" (2006) nella parte di una giornalista, il Michael Cadeddu della serie tv "Un medico in famiglia" in quella di un misterioso ragazzino e il vero campione italiano di MMA Michele Verginelli, l’elaborato che prende progressivamente forma possiede proprio il respiro di quel certo cinema di taglio popolare spesso definito "minore" che, un tempo, veniva concepito nello stivale del globo con tanta voglia di fare quante erano le difficoltà per metterlo in piedi.
Proprio come si è qui dovuto muovere in mezzo a non pochi ostacoli l’autore di "Cronaca di un assurdo normale" (2012), il quale, costretto agli arresti domiciliari, ha compiuto il piccolo (?) miracolo di realizzare interamente dall’interno di una palestra – e con un piccolissimo budget – un lungometraggio penalizzato sì da una recitazione non sempre convincente, ma che presenta una direzione degli attori superiore rispetto ad altri suoi lavori e che, costruito su un ritmo discreto grazie a una regia più curata del solito, non è fortunatamente accomunabile a prove poco riuscite come "Il lupo" (2007) e "L’ultimo ultras" (2009).

La frase:
"Quello con una narice sniffa e con l’altra sente puzza di sbirro".

a cura di Francesco Lomuscio

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