Post Mortem
Come definire "Post Mortem", terzo film del regista cileno Pablo Larrain. Una storia d’amore, un crudo ritratto di un’epoca tumultuosa, l’espressione neorealista di un disagio esistenziale.
La verità è che è difficile provare piacere nella visione di questo film.
Potrebbe sembrare giusta, la scelta di ambientare la travagliata storia d’amore tra Mario, il funzionario di un obitorio, e Nancy, ballerina mancata di cabaret, durante il golpe cileno. Ma se l’obiettivo del regista, nonché sceneggiatore, era quello di mostrare una similitudine tra i due tipi di emozione, non avrebbe dovuto soffermarsi troppo sulla descrizione del protagonista, sulla inutilità e sullo squallore della sua vita, sulla sua solitudine.
Indubbiamente il grigiore della sua esistenza, che si accomuna a quello della persona di cui si innamora, e del nuovo status del popolo cileno, ben sono rappresentate da una regia cruda, senza troppi fronzoli, con una scelta cromatica poco saturata, e un movimento di camera ridotto al minimo, quasi ad accentuare l’apatia di vedute dei due protagonisti. Ma questo non basta, perché alla fine, se lo spettatore non viene catturato e portato dentro il film, il messaggio dell’autore non viene compreso. E se il tentativo del regista era proprio quello di lasciare degli spazi aperti alla libera interpretazione dello spettatore, il risultato ottenuto è una noia insofferente, l’aspettativa che capiti qualcosa che riesca ad accomunarlo a quella storia.
Un pittore potrebbe fare una macchia grigia su una tela rossa, e il suo significato è solo negli occhi di chi guarda, perché è difficile riuscire a capire, senza alcun riferimento, che cosa intendesse l’autore con quella composizione. Arte contemporanea la chiamano, e se è difficile accettarla per la pittura, figuriamoci per il cinema.
Certo, nel caso della pittura si potrebbe rimaner colpiti dall’intensità dei colori, dalle loro proporzioni e dai loro punti d’unione. E se per similitudine volessimo fare lo stesso discorso su questo film, potremmo parlare dell’espressività degli attori, della fotografia, del montaggio. Ma per quanto si possa elogiare il modo degli attori di rappresentare la solitudine e la miseria esistenziale dei personaggi che interpretano, questo non da un tono positivo alla visione del film.
Se l’intento, invece, è quello di rappresentare e descrivere il periodo storico, non si può certo dire che ci sentiamo partecipi della tragedia vissuta dal popolo cileno, neppure alla vista dei carrelli carichi di corpi che entrano nell’obitorio. Neppure la ricostruzione dell’autopsia di Salvador Allende, con tutte le implicazioni politiche ed emotive che comporta, aiuta a rendere partecipe lo spettatore di quegli avvenimenti.
La sensazione è che il regista, con questo film cerchi di portare a termine una ricerca, un’analisi intima e troppo interiorizzata di un periodo che appartiene alla sua cultura e alle sue tradizioni, che sente suo ma non gli appartiene, dato che è nato tre anni dopo il golpe. Tutta la vicenda di quei pochi giorni viene vista attraverso gli occhi di due persone, Mario e Nancy, che rinchiuse nel proprio misero mondo, non sembrano interessarsene, e ne sono quindi estranee.
La loro indifferenza è la stessa con cui lo spettatore alla fine guarda lo schermo, sia verso il periodo storico, sia verso la storia d’amore, sia verso la solitudine. Manca una guida, un filo conduttore, qualcuno che ci spieghi il perché di quei lunghi silenzi, di quell’indugiare della telecamera su scene che apparentemente sembrano vuote e prive di movimento o significato, o di qualsiasi motivo di esistere.

La frase:
- Nancy: "Ma tu sei cattolico vicino?"
- Mario: "Si, quando ho qualcosa da chiedergli. Certo che si".

Monica Cabras

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