Pater familias
Matteo (Luigi Iacuzio) ha il permesso di uscire per un giorno dal carcere e ritorna dopo dieci anni nel paese natio vicino Napoli per incontrare il padre morente. Calpestando di nuovo quelle strade ritrova le immagini, i volti dei suoi amici di un tempo, ognuno con la sua storia di emarginazione, di sofferenza. Attraverso i suoi flashback personali ripercorre la relazione impossibile con Rosa (Federica Bonavolontà), il suo amore calpestato per Anna (Antonella Migliore), i fantasmi di un adolescenza violenta, senza via d'uscita. Dalla sua storia si diramano parallele le altre, quelle dei suo compagni di strada: Antimo, Roberto, Geggè, Michele, Giovanni, tutti andranno incontro ad un destino beffardo, spietato. E lui, Matteo, prima di tornare in carcere, cerca di rivedere Rosetta per aiutarla ad uscire da quel vortice infame.
Nell'opera prima "Pater Familias" di Francesco Patierno (regista di spot, documentari industriali e della sit com "Disokkupati), tratto dall'opera letteraria omonima di Massimo Cacciapuoti, i personaggi si muovono come dei dannati nel girone dell'inferno, uomini e donne senza speranza perché gli è stata negata ancora prima di nascere. Lo stile è quello attento di chi sa narrare con una certo distacco i momenti violenti e con discrezione le emozioni celate: la storia di Rosa e Matteo viene raccontata su di un balcone diviso da una grata, come se fossero visti dalla finestra di fronte, da un astante che si è affacciato per fumarsi una sigaretta dopo il caffè. Le sfocature sui personaggi raccontano la loro storia così confusa, senza un presente e sopratutto un futuro ben delineato. Il ripetersi costante di alcune carrellate sottolinea la ripetitività ossessiva dell'inferno personale in cui ogni personaggio vive. Il vero mostro è la famiglia con la sua ignoranza, la sua violenza, la sua omertà, i genitori sono dei carcerieri di una gabbia dalla quale è impossibile scappare e i figli sono delle vittime impotenti.
"Pater Familias" è un film intenso che esce fuori dai parametri "normali", chi pensa che il cinema italiano lo sappiano raccontare quelli che scalano le vette delle classifiche attraverso i loro sguardi borghesi usando uno stile da videoclip balbettante vadano a vedere il film di Patierno (o le pellicole di Crialese, Sorrentino, Capuano) stando attenti ai movimenti (esteriori ed interiori) delle anime che vivono nello schermo, alla genuinità delle loro interpretazioni, alle inquadrature decentrate, qualche volta fuori fuoco, ai volti nascosti. È vero questo tipo di linguaggio può risultare "pesante", scomodo, ma il cinema italiano per riossigenarsi ha bisogno di uscire dal fango, dalla polvere, dal sudore, ha bisogno di film come questi.

Marco Massaccesi

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