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Non ci resta che vincere

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Leonardo Mezzelani10 dicembre 2018Voto: 4.0
 

  • Foto dal film Non ci resta che vincere
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Marco è l’allenatore in seconda di un’importante squadra di pallacanestro della Liga spagnola. È seduto in panchina, irrequieto. Il suo sguardo va verso gli spalti alla ricerca di qualcuno che sembra non esserci. La partita sta andando male, un diverbio con il primo allenatore si conclude violentemente ed è cacciato dal campo. Come se non bastasse questo lo porterà a bere qualche bicchiere di troppo al bar. Così, dopo aver tamponato la volante della polizia si ritrova senza patente, senza lavoro (sì, è stato anche licenziato) e costretto a 90 giorni di lavori socialmente utili. Il luogo dove dovrà scontare la pena è un centro per ragazzi con disabilità mentali. Il suo compito? Allenare la squadra di pallacanestro per portarla a competere al campionato nazionale. Per un uomo cinico e burbero come lui, che deve affrontare una situazione sentimentale difficile (stava aspettando la sua lei quando rivolgeva lo sguardo verso la tribuna?) risulterà essere un compito tutt’altro che facile. Marco sarà così costretto a mettersi in discussione, nel cercare di insegnare le basi della pallacanestro ai “suoi ragazzi” dovrà necessariamente scoprire un lato di sé che probabilmente, per troppo tempo, ha voluto tenere nascosto.

Queste, brevemente, sono le premesse dalle quali parte “Non ci resta che vincere” di Javier Fesser. Nulla che, ad una prima lettura, non possa sembra una storia trita e ritrita, l’ultimo esempio che viene in mente è il nostrano “Tiro Libero” di Alessandro Valori che parte da un incipit molto simile. Le storie di redenzioni sportive fanno da sempre breccia nel cuore del grande pubblico, chi non si è emozionato nel guardare Rocky trasformarsi da teppistello sovrappeso a campione di pugilato sotto la sapiente guida di Mickey Goldmill? Oppure, per citare qualcosa di meno conosciuto, non ha provato gusto nel vedere il crollo e il mea culpa del Brian Clough de “Il Maledetto United”? Il terreno toccato da “Non ci resta che vincere” è, dunque, di quelli più battuti, e per questo più pericolosi.
Per riuscire a non far puzzare la storia di stantio è necessario aggiungere qualche elemento innovativo, ed ecco l’idea: gli emarginati del film sono dei ragazzi disabili, interpretati da attori con disabilità. Insomma, dalla padella alla brace.

Seppur quest’idea può anche essere interessante, con il passare dei minuti e il proseguire della storia non si riesce a trovare nulla di accattivante, nulla che invogli lo spettatore a chiedersi come andrà a concludersi il tutto. La mancanza del “dramma ad ogni costo” è apprezzabile, si vuole solo raccontare un percorso quotidiano senza caricarlo di alcuna drammaticità. Tutto è piatto, tutto sa di già visto.
Parlare di disabilità è molto difficile, bisogna sapersi muovere tra delicatezza e sfrontatezza tenendo un equilibrio perfetto. Ci avevano provato nel 2008 Giulio Manfredonia e Paolo Bonifacci nello scrivere il loro “Si può fare”, con risultati abbastanza soddisfacenti. L’unica cosa che vorrebbe (potrebbe?) dare una sterzata in “Non ci resta che vincere” è l’utilizzo di attori con disabilità, ma non si va oltre il periodo ipotetico. Questa scelta risulta essere nulla più che un espediente pubblicitario (tra l’altro, anche questo già visto nel nostro paese). Anche l’eccessiva durata del film (120’ abbondanti) non trova alcuna giustificazione, quando non si ha nulla di nuovo da dire conviene, almeno, giocare sulla sintesi.

Vale la pena guardare il nuovo film di Javier Fesser? Se volete passare un paio di ore in leggerezza, sì. Se volete guardare un bel film che tratti di sport o disabilità, rivolgete la vostra attenzione altrove.


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