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Noi

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Lomuscio26 marzo 2019Voto: 7.0
 

  • Foto dal film Noi
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È un prologo ambientato nel 1986 e che tira immediatamente in ballo una inquietante casa degli specchi ad aprire il secondo lungometraggio diretto da Jordan Peele, autore nel 2017 dello “Scappa – Get out” che, aggiudicatosi il premio Oscar per la migliore sceneggiatura, si è rivelato uno dei più riusciti thriller d’inizio terzo millennio, capace di fondere il genere con intelligenti messaggi anti-razzisti nel rivisitare chiaramente il plot di “Indovina chi viene a cena?” di Stanley Kramer.

Un prologo dopo cui, in tempi moderni, facciamo conoscenza con la Adelaide Wilson interpretata da Lupita Nyong’o, la quale, affiancata dal marito Gabe alias Winston Duke e dai due figli, torna nella casa d’infanzia in California per trascorrere le vacanze estive; senza immaginare, però, che un trauma legato al suo passato stia per rifarsi vivo, trasformando in un vero e proprio incubo ad occhi aperti quello che sarebbe dovuto essere un periodo di relax e spensieratezza.
Perché, una volta dispensata la giusta dose di minuti alla presentazione dei quattro protagonisti, Peele non perde tempo e li fa finire assediati nella propria abitazione da altrettanti individui che, minacciosamente manifestatisi all’esterno, non sembrano essere altro che le loro perfette repliche.
Una situazione che, ovviamente, non può fare a meno di richiamare subito alla memoria quelle alla base di tanti home invasion del calibro di “The strangers” e simili, ma che viene in questo caso sfruttata in maniera tutt’altro che banale, evitando di ridurre il tutto all’ennesima aggressione domestica in fotogrammi priva di fantasia.

Del resto, man mano che ansia, tensione e sensazione di paranoia aumentano di minuto in minuto nel generale clima di mistero, prima viene posto efficacemente lo spettatore in uno stato di curiosità nei confronti di ciò che sta accadendo sullo schermo, poi comincia a risultare tutt’altro che assente una certa ferocia.
Una ferocia decisamente aumentata – come pure il movimento – rispetto alla citata, ottima opera d’esordio peeliana e destinata ad accompagnare verso una spiegazione degli eventi forse non particolarmente esaltante, ma che, in ogni caso, non intacca un’opera seconda che ci consente tranquillamente di affermare che il cineasta afroamericano che si trova dietro la macchina da presa rientri tra i pochissimi degni eredi della grande scuola cinematografica horror degli anni Settanta (quella di John Carpenter e George A. Romero, per intenderci).

Ne rappresentano una forte testimonianza le immagini delle strade tempestate di cadaveri o il momento in cui abbiamo una danza alternata dal montaggio ad un violento scontro; mentre un massacro attuato sulle note della “Good vibrations” dei Beach boys lascia evidentemente avvertire echi provenienti dalla strage di Bel Air consumata nel 1969 dalla folle combriccola del Charles Manson che ebbe rapporti, non a caso, proprio con la band cui si devono tanti successi musicali surf.
Con indispensabili spruzzate d’ironia (non dimentichiamo che Peele nasce come attore brillante)... fino ad un sorprendente colpo di coda che, comunque, può essere probabilmente intuito in anticipo, con facilità, dai frequentatori abituali del filone.


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