I colori dell'anima - Modigliani
Quando partono i titoli di coda di un film come "I colori dell'anima" viene da pensare subito che sarebbe tranquillamente potuto finire con venti minuti di anticipo. Subito dopo ti rincorre il pensiero che, in effetti, sarebbe potuto terminare anche 127 minuti prima (tanto dura il film).
E capisci che, magari, proprio un gran bel film non era.
La moda del biopic investe anche il mondo della pittura, finora di recente non ancora sfiorato. Lo fa entrando a piedi uniti nella problematica e tormentata vita di Amedeo Modigliani, interpretato da un Andy Garcia gigione come non mai.
Lo svolgimento dello script (che pur presenta risoluzioni improponibili di alcuni nodi narrativi) e una regia senza infamia e senza lode, che ha però lo (scarso) merito di non inscatolare la storia negli intrecci di un classico dramma sentimental-rievocativo di stampo hoollywoodiano lascerebbero pure ben pensare da un certo punto di vista.
Il vero problema, che mina e su cui si costruisce l'architettura del film, è che tutta l'opera si basa su un assunto che ne smonta totalmente la credibilità. E cioè che, tanto smodata e fracassona fu la vita di Modigliani, così eccessivo e sopra le righe debba essere il comportamento dei personaggi e i passaggi chiave. Tanto che ci si ritrova ad essere basiti davanti ad alcuni comportamenti messi in mano a figure storiche realmente esistite (fa impressione vedere Picasso estrarre una spada ed esclamare "Quando un samurai estrae la sua sciabola deve essere versato del sangue!"). E il punto di vista della giovane moglie Jeanna (Elsa Zylberstein), che è alla fine il vero filo rosso che guida lo spettatore nella vicenda, pacato e riflessivo, non riesce di certo a mitigare scelte filmiche se non altro discutibili.
Il film non accosta, tra l'altro, una messa in scena coerente all'assunto su cui giostrano tutte le sue altre componenti (musica inclusa), fattore che arriva a minare ulteriormente il castello di carte costruito da Mick Davis.
Anche se ci si volesse appellare alla labile controprova emozionale, l'opera ne uscirebbe, tutto sommato, perdente. Il climax narrativo non viene mai sciolto veramente, forse perché non viene mai compiutamente introdotto, e un brivido lungo la schiena corre soltanto nella seconda parte del film, in quelle scene sulla presentazione del quadro "Jeanne" che, se fossero state poste come finale della pellicola ne avrebbe di certo risollevato (in parte) le sorti.
Modigliani, assunto nell'Olimpo dei (semi)dei della pittura, non si può dire che superi altrettanto brillantemente la prova del grande schermo.

Pietro Salvatori

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