Mein Führer - La veramente vera verità su Hadolf Hitler
“Com’è il tedesco ariano ideale? Biondo come Hitler, atletico come Goering e alto come Goebels”. Questa era una delle barzellette che giravano (poco, magari sottovoce, ma giravano) nella Germania degli anni più bui del nazismo, quando molta della credibilità del fuhrer e dei suoi ufficiali era stata dispersa (infatti Hitler era bruno, Goering obeso e Goebels bassissimo). Proprio su questo tipo di comicità si basa “Mein fuhrer”(Il mio fuhrer): il paradosso, la possibilità di abbinare a coloro che storicamente si sono macchiati del maggiore (sempre che sia stilabile una classifica di questo tipo) crimine contro l’umanità della storia, qualità opposte a quelle da sempre riconosciutegli. E cioè ridicolaggine e stupidità, senza peraltro andare troppo lontano dalla verità visto che, seppure gli atteggiamenti fossero diversi, stupidi, per non dire altro, lo erano davvero. E anche la burocrazia che nulla concedeva se non richiesto tramite lungo iter procedurale, se non era quella di “Mein fuhrer” poco ci mancava.
Il regista ebreo svizzero Dany Levy (già autore del satirico “Zucker, come diventare ebreo in sette giorni”) tenta un’operazione per certi versi simile a quella che fece Benigni in “La vita è bella”.
L’argomento Hitler è normalmente tabù per i film comici, troppo alto è il rischio che si offenda la sofferenza delle vittime. “Mein furher” trova però un registro narrativo tragicomico adeguato che scherza, ma al contempo non banalizza. Non siamo certamente ai livelli del lavoro del comico toscano, qui la comicità in senso stretto si fa spesso ripetitiva (una volta che ci si abitua ad un Hitler che si comporta sempre come non ci si aspetta che farebbe, le risate non vi travolgeranno), le citazioni varie di grandi umoristi sembrano fini a sé stesse e di quella drammaticità dietro l’angolo che dovrebbe preoccupare i suoi personaggi positivi non se ne percepisce tutta la ferocia, ma il film in sé ha il merito di continuare su quel percorso di “fare i conti con la storia” che la Germania, a differenza dell’Italia, sta continuando ad operare non solo nella politica, ma anche in tutte le arti. Non che si possano fare paragoni tra due nazioni dal passato simile, ma non identico, ma sarebbe curioso vedere quali sarebbero le reazioni della politica, degli intellettuali, della stampa e della gente se un’operazione del genere fosse stata realizzata in Italia e sull’Italia.
Ultima annotazione: quasi ultimo film per Ulrich Muhe (già straordinario protagonista del bellissimo “Le vite degli altri”) morto purtroppo quest’estate. Chissà se le altre due pellicole che ha girato prima di salutarci arriveranno in Italia.

La frase: "Date ai fascisti un bacio, ovunque li incontriate” (dalla poesia di Kurt Tucholsky “Rose sparse sul cammino”).

Andrea D'Addio

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