Il diario di Jack
Mike Binder è uno dei registi e sceneggiatori più interessanti di Hollywood: il suo intento non è mai narrazione di una storia, ma la descrizione di un personaggio, una persona comune, una che realmente potrebbe essere noi, e cioè piena di momenti interlocutori, errori ripetuti, incapacità di rendersi conto di dove e come si sta sbagliando. I suoi canovacci non seguono mai il classico sviluppo in tre parti, ma si muovono per accumulo e strappi improvvisi. Seppur si presentino sempre come commedie e non manchino mai momenti di gustosa ironia, questi si rivelano sempre come carta colorata per un pacco pieno di malinconia e inquietudine. In Italia, oltre a questo "Diario di Jack", di Mike Binder sono stati distribuiti in passato anche "Litigi di famiglia" e "Reign over me". Rispetto a questi due ultimi lavori (chi non li ha visti cerchi di recuperarli, ne vale davvero la pena), "Diario di Jack" è sicuramente meno intenso e, forse, ispirato (si tenga comunque conto che in realtà è stato girato ed è uscito nel resto del mondo nel 2006, prima di "Reign over me"), ma contiene comunque elementi interessanti sotto più punti di vista.
Binder, che nel film si regala il ruolo di amico e collega di Ben Affleck, ama parlare del presente, degli uomini e delle donne di oggi.
Questo suo modo di porsi verso l’attualità lo rende molto sensibile sia verso i sentimenti e sensazioni della persona del terzo millennio che verso gli aspetti visivi che la realtà offre. Il suo Jack è un uomo insoddisfatto che non riesce a capire la ragione della propria infelicità. Le cause a prima vista sembrerebbero quelle stereotipate già viste in molti film o lette in tanti libri: una carriera che gli succhia la vita, un matrimonio trascinato senza dare la giusta attenzione verso il coniuge, un rapporto col padre che non l’ha mai reso sicuro di sé. La bravura di Binder in fase di scrittura è nel non voler dare nessuna spiegazione che copra tutte le sfaccettature caratteriali del suo protagonista, non insistere nelle spiegazioni, suggerisce, ma mai alzando la voce, lasciando che emerga quel senso di mistero che nasconde tutti gli atteggiamenti umani. Il malessere di Jack è quello che molti recenti studi di psicologia tuttora non riescono a definire esattamente nonostante molti individui con famiglia, soldi e salute se ne sentano affetti. L’espediente del diario se da una parte è utile per dare dei limiti temporali alla vicenda oltre che essere un espediente narrativo per aiutare Jack a guardarsi ancor più dentro, ha il "contro" nella conseguente voce fuori campo che spesso rallenta le azioni o ostacola il racconto per immagini. Altro piccolo neo è la continua presenza di un accompagnamento sonoro che in più punti sembra troppo didascalico. A livello di contenuti ritorna per Binder il tema del lutto (già visto negli altri due suoi film già citati), anche se stavolta non è l’asse portante della vicenda.
Dal punto di vista visivo, esplicito è il richiamo alle immagini "internettiane" di programmi come GoogleEarth e SecondLife. Non sono casuali quelle lunghe carrellate da una parte all’altra della città, così come il ricordo "virtuale" di momenti realmente vissuti. Binder non si limita a raccontare una storia dei suoi tempi, ma cerca anche dei riferimenti iconografici che rendano chiaro il legame col tempo della sua storia. Altri momenti di ottimo cinema si presentano poi sia in scene comiche come l’inseguimento cinesi/manager che in sequenze più intimiste come il dialogo attraverso l’acquario o la visione dei tre ascensori in chiusura.
Se in America il film è stato un mezzo flop, e da noi per questa ragione rischiava di non essere distribuito, è perché "Il diario di Jack" è un film più che mai spiazzante, tanto americano nell’anima, quanto sui generis, per certi versi europeo, nella forma. Dategli una chance.

La frase: "Chi sono io?".

Andrea D’Addio

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