Mammuth
Capelli lunghi, ancor più grosso di quanto si è abituati a vederlo, rozzo, leggermente disadattato dopo una vita da macellaio di suini e un passato che non gli ha mai concesso il tempo né per istruirsi né per capire le relazioni sociali: Gérard Depardieu si carica sulle spalle il soprannome di "Mammuth" per interpretare uno di quei ruoli scritti su misura sul corpo e le abilità degli attori che poi vanno ad interpretarli. Senza Depardieu non ci sarebbe film, e questa è una doverosa premessa.
Pensando di essere arrivato alla pensione, Serge, detto Mammuth, passa tranquillamente il suo ultimo giorno di lavoro nel grosso centro di carni di cui è dipendente da più di vent’anni. Quando però torna a casa si rende conto che durante i suoi primi anni da lavoratore, in un paesino dall’altra parte della Francia, il suo datore di lavoro non gli aveva versato i contributi. Serge parte così a bordo della sua moto alla ricerca dei certificati e delle prove che testimonino quel suo primo lavoro e il pagamento della previdenza fin da allora. Il viaggio però si rivela soprattutto l’occasione per rincontrare persone e fantasmi (veri) del passato.
Con soli quattro film all’attivo il duo di cineasti francesi Gustave de Kervern e BenoîtDelépine hanno raggiunto uno stile originale e riconoscibile. Il loro è un cinema che si basa prima di tutto sul contrasto tra personaggi e sistema. I loro protagonisti sono sempre o troppo ingenui per entrare nelle logiche della soffocante società moderna o straordinariamente diretti e cinici (trovano nel cinismo l’unica arma per combattere modelli e comportamenti che tentano di schiacciarli). Da questo dualismo nasce la comicità di molte scene: le reazioni dei personaggi sono imprevedibili, ma quando si capisce il loro punto di vista, ci si rende conto che sottintende sempre una logica chiara, diretta, forse primitiva come dovrebbe essere un mondo ormai troppo carico di sovrastrutture mal funzionanti. La risata si sposa così con la critica sociale: se in "Louise Michel" questa era più palese e chiara negli obiettivi, in "Mammuth" è nascosta da una storia più intimista e "on the road", ma non per questo avara di spunti. Certo, rispetto alla precedente pellicola, le ambizioni sembrano meno alte fin dal soggetto e nonostante alcuni straordinari sketch (come la telefonata della sempre bravissima Yolande Moreau), spesso si corre il rischio di rimanere troppo lontani dalla mente del protagonista per poterne seguire con interesse tutte le gesta e le visioni, ma ciò non toglie che si tratti di un film che rimane, anche a distanza di tempo, nella memoria dello spettatore. E non è poco.

La frase: "Volevo solo dirti che va tutto bene".

Andrea D'Addio

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