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Lui è tornato











Cosa accadrebbe se Hitler tornasse in vita nella Germania dei giorni nostri? Questo è proprio ciò che succede nel film di David Wendt “Lui è tornato”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo dello scrittore tedesco Timur Vernes.
La pellicola racconta la Berlino del 2014 dal punto di vista del Führer, che - a distanza di circa 70 anni dalla sua scomparsa e avvolto in una nuvola di fumo - ritorna in vita in uno stato di totale confusione. Di quanto accaduto prima non ricorda nulla, se non del suo nascondiglio che in passato egli considerava segreto, sicuro.
Perché nessuno distende il braccio per salutarlo? Perché la gente sembra non dare importanza alla sua figura? Queste sono alcune delle domande che il protagonista, interpretato magistralmente da Oliver Masucci, si pone vagando per la città. Tutto ora è diverso e gli anni ’40 sono ormai lontani: i selfie, le nuove tecnologie, internet e la televisione nel tempo diventeranno per lui tutti mezzi di comunicazione con i quali veicolare i suoi ideali e ricostituire così il Terzo Reich, evitando gli errori della prima dittatura. In questo lo aiuta l’operatore televisivo Fabian che, per essere nuovamente riassunto nella rete televisiva dalla quale è stato licenziato, dopo aver scoperto dell’esistenza di un uomo così somigliante al vero Hitler, decide di rendere quest’ultimo una sorta di fenomeno mediatico, portandolo quindi in tv: il Führer avvia così il suo piano di conquista.
Un aspetto che colpisce piacevolmente del film è il genere, perché è palese l’intento (riuscito) di mischiare la narrazione di un film alla tecnica del documentario, o meglio dell’inchiesta. La particolarità di ciò sta nella volontà di rivolgersi alla gente che abita la città di Berlino, di capire come vedrebbero un ‘possibile’ ritorno del Führer: ripreso da una telecamera, egli parla con la gente e si mischia a loro, promettendogli un futuro migliore e riuscendo con il suo carisma a convincere molti di essi a passare dalla sua parte, come se fossimo tornati indietro nel tempo, e più precisamente, negli anni ’30 del novecento. C’è chi vorrebbe che tornasse al potere, chi non vede di buon occhio tutta questa ‘pubblicità’ a un personaggio che ai tempi aveva seminato terrore e morte e chi cerca di farsi un selfie con lui, lasciando allo spettatore una sensazione di profonda amarezza e angoscia.
Che gli ideali in cui Hitler credeva non abbiano mai lasciato la Germania?
Probabilmente è la società in cui viviamo il vero problema, perché fare un selfie o postare la foto di un personaggio che ha segnato pesantemente il destino di tutta l’umanità è molto più ‘in’ che rifiutare categoricamente la possibilità di un ritorno al suo regime.
Il regista è stato bravo a sottolineare la mancanza di consapevolezza e l’ignoranza dei giovani d’oggi e la stoltezza di chi ancora rimpiange i tempi andati, senza rendersi conto che la tragedia sta per ripetersi: Hitler è tornato e i suoi obiettivi non sono cambiati.
Nel film, evidentemente provocatorio, emerge anche l’universalità dell’intera storia, in quanto - Hitler a parte - ci aiuta a comprendere l’importanza di non ripetere gli stessi errori, di cercare una via diversa, anche se spesso questo non è possibile.
Comicità e satira sociale si mescolano tra loro, facendoci assistere a delle vere e proprie gag in grado di strappare non poche risate, come il momento in cui il protagonista deve scegliere il nome per registrare la sua prima e-mail. Il lato comico però tende ad attenuarsi verso il finale, in quanto viene lasciato maggiore spazio alla riflessione, alla preoccupazione e - internamente al film - alla consapevolezza che forse in televisione non vi è un imitatore, ma una minaccia.
L’attore Oliver Masucci, impeccabile nel suo ruolo, è riuscito a rendere il suo personaggio tale e quale al vero Hitler, sia nel modo di parlare, con quell’accento marcato e quella passione talmente dirompente, energica, da mettere i brividi - che nella versione in lingua originale messa a disposizione su Netflix è accentuata - sia negli atteggiamenti e nel portamento e sia nel modo di presentarsi: baffetti, divisa e mani dietro la schiena quando si fa portavoce delle sue idee, ma non solo.
L’attore quindi, oltre a risultare del tutto credibile, si è calato perfettamente nella parte, anche se - per la figura da lui impersonata - non si può certo parlare di empatia con il pubblico.

La frase:
"In fondo siete tutti come me: non ci si può liberare di me, sono una parte di tutti voi".

a cura di Rosanna Donato

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