Lettere dal Sahara
L'anno scorso Vittorio DeSeta si presentò a Venezia con la versione restaurata di quel "Banditi ad Orgosolo" del 1961 che è tuttora il suo capolavoro. Annunciò che da quasi un paio di anni aveva realizzato un nuovo film, quel "Lettere dal Sahara" che quindi, alla fine, ha dovuto attenderne circa tre per andare nei cinema, ma non per questo meno attuale, anzi…

Un film su un'immigrazione nella nostra nostro Italia, o meglio, un film sull'emigrazione nel nostro Paese. Si perché troppo occupati a vedere le cose dal nostro punto di vista spesso ci dimentichiamo che ogni immigrato è prima di tutto un emigrato, cioè una persona che lascia una famiglia, una casa e spesso altri affetti pur di poter mangiare e vivere dignitosamente. De Seta che su questo argomento poteva girare un documentario ("linguaggio" con cui si è cimentato più volte e sempre egregiamente), ha preferito per il film di finzione per far parlare più le immagini quanto possa fare una voce fuori campo, ma lo spirito antropologico che contraddistingue le intenzioni del regista non ne soffre.

E così questo "Lettere dal Sahara" in cui il protagonista, il senegalese Assanne (interpretato dal bravissimo Djbrill Kene), si trova a fare il viaggio inverso (o complementare) di quello fatto da Moravia in Africa tra il 1975 ed il 1982 e che ispirò l'omonimo libro, risulta un documento importante e sincero su di un mondo che osserviamo spesso ai semafori o davanti ai negozi accanto alle bancarelle.

Certo tra immigrati e immigrati c'è una grossa differenza a seconda della provenienza. C'è chi emigra portando con se la profondità della propria cultura, e chi arrivato in un altro Paese si limita a prendere tutto il possibile sfruttando spesso anche la debolezza dei propri connazionali, ma chissà come ci comporteremmo noi italiani in un'altra nazione se fossimo costretti ad emigrare…
Sono tanti i pensieri correlati ad un film di questo genere, temi come lo "sviluppo senza progresso" di pasoliniana memoria, o sull'intolleranza che spesso non è altro che semplice invidia.
"Lettere dal sahara" sicuramente pecca quanto a dilatazione dei tempi, facendo apparire eccessive le due ore di montato, ma meglio un film sincero e comunque utile come questo, che tanti altri spesso mossi da studi sulla psicologia del pubblico o da interessi privati.

La frase: "Io, perduto tutto".

Andrea D'Addio

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