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Leatherface

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Rosanna Donato13 settembre 2017Voto: 7.5
 

  • Foto dal film Leatherface
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L’attesa per il nuovo prequel di “Non aprite quella porta" del 1974, il film horror del 1974 diretto da Tobe Hooper e interpretato da Marilyn Burns (Sally Hardesty) e Gunnar Hansen (Faccia di Cuoio), è finalmente finita. Un mostro, uno squartatore, un uomo che di umano ebbe ben poco. Questo fu Edward Theodore "Ed" Gein, l’uomo che ispirò il personaggio di Leatherface e molti altri film della storia del cinema, come Psyco. Nel film di Alexandre Bustillo e Julien Maury vediamo le sue origini, o meglio quelle del personaggio che più di tutti lo ricorda. Il prequel racconta di quattro adolescenti violenti che decidono di fuggire da un ospedale psichiatrico, portandosi con loro una giovane infermiera e inseguiti da un poliziotto altrettanto squilibrato e in cerca di vendetta per la morte di una persona a lui cara. Uno di questi ragazzi vivrà momenti così tragici e orrori inimmaginabili da cambiare per sempre la sua vita, trasformandolo nel mostro noto come Leatherface (Faccia di cuoio).

Interpretato da Finn Jones, Lili Taylor, Nicole Andrews, Stephen Dorff, James Bloor e molti altri, il film di Alexandre Bustillo e Julien Maury narra le origini di una delle più crudeli e inquietanti figure del panorama cinematografico di genere. Non delude affatto in prequel di “Non aprite quella porta”, capace di creare tensione anche quando non è necessario. Non è un male, ma anzi permette di mantenere la concentrazione del pubblico per tutta la durata della pellicola. Questo infatti è soprattutto merito di un ritmo incalzante, mantenuto dall’inizio alla fine. Un ritmo serrato in grado di raccontare in profondità i meccanismi che hanno portato il protagonista a compiere determinati gesti, i quali - conoscendo la sua storia - forse il pubblico potrebbe iniziare a capire. Non che siano giustificabili, ma quando un passato macabro e violento caratterizza tutta la tua vita, di certo la sanità mentale ne risente, proprio come è successo a Leatherface. I due registi, seppur con qualche difficoltà tecnica in alcuni passaggi e dialoghi che appaiono didascalici, hanno reso bene la natura e lo stato d’animo del protagonista, accompagnato da una squadra di ragazzi, tra i quali Sawyer pare essere il meno squilibrato. Pare.

Eppure nella sceneggiatura c’è qualcosa di affascinante: alcuni dialoghi sono molto suggestivi, carichi di quell’odio, di quella “pazzia” che emerge in ognuna delle figure coinvolte, ad eccezione dell’infermiera. Quest’ultima tenta più volte di scappare, anche quando sarebbe bene evitare perché non c’è ragione di farlo, non in quel momento almeno. Tutti gli attori, però, sono credibili. Qualcuno più di altri, ma comunque ognuno di loro ha contribuito a mettere una buona dose di suspense nello spettatore. Quest’ultimo si troverà ad assistere a scene talvolta prevedibili e talvolta fuori dall’ordinario, così cruenti da voler chiudere gli occhi perché, in fondo, è facile immaginare cosa sta per succedere, ma vederlo è tutta un’altra cosa. E lo spettatore ne è consapevole. Contribuisce a creare tensione in “Leatherface” la graffiante colonna sonora, in grado di seguire il susseguirsi di scene e l’intensità drammatica della storia, che vede concentrarsi le scene più violente e spietate sul finale. Un finale nel quale diventa sempre più percettibile, visibile il legame con il film del 1974. Ma non è finita qui perché anche la fotografia, composta prevalentemente da tonalità cupe e fredde, gioca un ruolo fondamentale nella pellicola, insieme alle ambientazioni suggestive e spesso inquietanti e ai chiari problemi comportamentali dei protagonisti, i quali mettono ansia solo a guardarli in faccia. Sai che succederà qualcosa, lo sanno pure loro, ce l’hanno già in mente, ma capire cosa è quasi impossibile. È forse questo il punto forte della pellicola, caratterizzata da un buon equilibrio tra gli elementi: dalle scene sanguinose a quelle meno cruenti, volti ad entrare in profondità nella psiche di Leatherface.


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