La regina dei castelli di carta
Una resa dei conti indiretta all'inizio della fine. Lo spietato e coriaceo padre è ancora in vita, a dispetto dell'accettata in testa ricevuta dalla figlia, a sua volta colpita in cambio da tre pallottole. Sono entrambi ricoverati nello stesso ospedale, e un killer va a trovarli. Nonostante queste premesse, "La Regina dei castelli di carta" prende poi altre direzioni, dimostrandosi però il meno autonomo dei tre capitoli cinematografici tratti dalla saga libraria di successo planetario "Millennium" di Stieg Larsson. Se il primo film è un'indagine informatica addizionata di violenza e sesso, e il secondo si allontana decisamente dalla verosimiglianza esagerando l'azione con una variopinta schiera di cattivi (tanto da risultare il titolo peggiore, non a caso ha visto più che dimezzati gli spettatori), il terzo segue invece l'iter processuale.
Tornano ancora una volta incubi e flashback con la ricostruzione di una storia familiare di violenze paterne subìte dalla madre (causa di danni irreversibili al cervello) e dalla protagonista, poi internata e legata al letto per più di un anno in balìa di un dottore agli ordini di servizi segreti paralleli e insospettabile pedofilo. Dopo aver tentato di farsi giustizia da sola, e per questo accusata di tentato omicidio, nei ripetuti interrogatori la donna non ha mai parlato, vuole vedersi riconosciuta la legittima difesa e in tribunale si presenta in combattiva versione dark-cyberpunk. Tra problemi di incolumità, falsificazioni delle perizie mediche che sentenziano per lei una schizofrenia paranoide e tentativi di incastrare l'alleato giornalista d'inchiesta (che pubblica ugualmente gli articoli scottanti sul caso, anche se "non c'è un lavoro per cui vale la pena morire"), le udienze si svolgono a porte chiuse per una questione di "sicurezza nazionale". Un'inutile eccesso di materiale a disposizione di Daniel Alfredson (regista e produttore TV) e Ulf Rydberg (sceneggiatore di "fiction" e trasposizioni per il grande schermo di romanzi di grido), per un anonimo prodotto d'impianto televisivo.

La frase: "La realtà mi ha insegnato che c'è sempre una scelta".

Federico Raponi

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