Lady Henderson presenta
Basterebbe un nome per riassumere l'ultimo lavoro di Stephen Frears, e non è quello del regista.
Martin Sherman, oscuro scribacchino, che si ricorda a malapena per aver steso con Zeffirelli lo script dell'agiografico "Callas forever", si rivela un maestro della materia cinematografica, scrivendo una sceneggiatura di una densità e di una freschezza davvero sorprendenti.
A Frears non rimane altro da fare che innestarvi, lasciandoli molto liberi, due grandi del cinema d'oltreoceano: Judi Dench e Bob Hoskins. E' veramente sorprendente di come il film si riveli paradigma della semplicità del fare del buon cinema. Un buon testo, qualche ottimo interprete e una regia poco più che onesta.
Perché, nel suo riverbero da piccola perla europea, il film di Frears si presenta a diverse considerazioni. Una struttura e un andamento che ricordano, vagamente, quelli de "La vita è bella", per come ad uno spumeggiante avvio si sussegua la tragicità del deflagrare di una situazione imprevedibile (anche in questo caso la guerra, contestualizzata, con tanto di morte e dolore, nei bombardamenti tedeschi su Londra del 1940), salvo poi, a differenza del film di Benigni, riappropriarsi, in modo forse appena sentimentale, della cifra ironica e sarcastica dell'esordio e di tutta la prima parte. Ma, sempre per merito di uno script che non smetteremo mai di ammirare, l'utilizzo della sostanza commediale nella descrizione del panorama di una Londra degli anni '40 (a sprazzi descritta mirabilmente, nulla da invidiare, se non come minutaggio sullo schermo, al contemporaneo King Kong, che pur si avventura qualche anno più indietro) non è affatto casuale, o banalmente destinato alla ricerca della risata (che pur arriva a più riprese e senza forzatura alcuna), ma è funzionale alla descrizione non involuta di un certo modus pensandi della alta borghesia londinese, evidenziandone tutta una serie di piccolezze e aspetti grotteschi, ma descrivendone anche lati profondamente umani e produttivi, attraverso i volti dei due protagonisti. Unica nota forse un po' stonata è una mano calcata in modo forse appena troppo eccessivo su un pacifismo forse un po' lontano dalle situazioni e dai vissuti descritti.
Ma a fronte di una classica e solida semplicità d'impianto, ornata da tutta una serie di virtuosismi verbali veramente spassosi, che ne fanno una delle commedie più coerenti e decise dell'anno, si soprassiede volentieri a questa lieve tracimazione nel semplicismo buonista.
Il quale, dopotutto, preso a piccole dosi, non fa nemmeno male.

La frase: "Sono già stufa della vedovanza…".

Pietro Salvatori

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