Kinsey
Il 5 gennaio 1948 verrà ricordato nella storia degli Stati Uniti per la pubblicazione di "Sexual Behavior in the Human Male", libro sulla sessualità maschile di Alfred Kinsey. E il film di Bill Condon chiude con questo grande punto di partenza per l'analisi sociale e culturale in America, mentre era partito dal racconto dell'infanzia di Kinsey.
L'inizio secco e abbastanza spumeggiante dà una buona impressione. Il dottor Kinsey stesso è sottoposto dai suoi collaboratori ad un fuoco di fila di domande sulla propria intimità, alle quali risponde con un'estrema naturalezza. Il tutto girato in bianco e nero, che si rimpalla col technicolor che sottolinea la storia della vita di Kinsey. Scelta quasi "morale", di un regista al quale interessa il vissuto di un uomo, più che il pretesto per il quale generò scandalo. Scelta che però si va a perdere durante il film. Ritroveremo questo interessante minuetto solo nelle battute finali, quando ormai narrativamente, ma anche sul piano della messa in scena, risulterà inutile e tutto al più sentimentale.
In effetti Condon tradisce un po' le attese e i pochi fronzoli del suo inizio scoppiettante. Il film assume quell'andamento lento e un po' (auto)celebrativo tipico del biopic alla "A beautiful Mind". C'è schiettezza nei temi, non nella loro contestualizzazione. Alfred Kinsey viene fatto passare da intellettuale incompreso, un po' naif e un po' fuori moda. L'andamento del girato assume quella lenta maestosità sofferta e celebrata tipica dei film-epitaffio. Kinsey viene fatto passare per uno di noi. Le sue teorie sul sesso sono dopotutto equiparabili a quelle della dieta vegetariana. Il film perde contatto col contesto storico. Un frasario, una terminologia, una teoria che oggi si riterrebbe normale, o forse al massimo un po' volgare, negli anni '50 risultava incredibilmente sconcia e sovversiva. E l'atteggiamento un po' estraniato e un po' sofferto del Kinsey-Neeson non contribuisce a evidenziare la portata di una storia del genere.
La regia aiuta poco a sdoganarsi da questo punto di vista. Un film potenzialmente sovversivo viene rinchiuso nei canoni retorici e patinati di una tipica produzione sentimentale hollywoodiana. I discorsi sul sesso che Kinsey porta avanti nei pranzi familiari, arrivano ad assomigliare alla figura incompresa di un John Nash qualunque (senza nulla voler togliere a "A beautiful mind", preso qui come tipizzazione di un certo tipo di cinema).
Si distingue tuttavia la coppia Liam Neeson/Laura Linney, affiatati e mai monotoni, con quest'ultima che si è anche meritata una candidatura agli Oscar.
Ma alla provocazione della locandina "parliamo un po' di sesso?", il film risponde in modo scialbo e conformista.

La frase: "l'unico aspetto imprescindibile della vita è la diversità".

Pietro Salvatori

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