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Killer Joe









Il regista di film come "Il braccio violento della legge" (1971), "L’esorcista" (1973), "Vivere o morire a Los Angeles" (1985) William Friedkin torna alla macchina da presa a cinque anni di distanza da "Bug" (2006) e lo fa ispirandosi ad una pièce teatrale del 1998 del premio Pulitzer, Tracy Letts. E’ "Killer Joe", una commedia nera un po’ grottesca, dai toni noir, un misto tra il cinema americano degli anni ’70 e le atmosfere alla Quentin Tarantino, in particolare di "Pulp Fiction" (1994), ma con una resa e una narrazione decisamente diverse, in cui si mescolano i toni della fiaba nera sebbene rivisitati. E’ una storia violenta, ma ironica, politicamente scorretta, capace di incantare lo spettatore grazie al suo realismo e alla sua durezza, al suo umorismo, dando vita ad una storia d’amore surreale e grottesca, dai toni "leggermente" psicotici, e presentando una galleria di personaggi decisamente perdenti, tra cui emerge quello di Dottie, una novella Cenerentola in chiave "Dark".
Tutto ha inizio quando Chris (Emile Hirsch), giovane spacciatore in erba, scopre che la madre gli ha rubato la dose di droga e a causa sua è costretto a racimolare velocemente seimila dollari se non vuole morire. L’unica soluzione a questo punto è uccidere la madre e riscattarne l’assicurazione sulla vita e per far questo coinvolge tutti i membri della famiglia dal padre Ansel alla matrigna fino alla sua innocente sorellina Dottie. Il problema è come ucciderla e per questo si rivolgono ad un professionista, Joe Cooper, che conduce una doppia vita: quella del poliziotto e quella del killer su commissione. Quando Joe Cooper scopre che non possono pagarlo per il lavoro decide di prendere come "caparra sessuale" la sua innocente sorellina Dottie e tenerla con sé fin quando non avrà ottenuto il compenso pattuito. Se all’inizio Chris sembra accettare la cosa, con il tempo si pente e cerca di fermare il killer, che però ha già finito il lavoro. Tutto sembra risolto, ma... si sviluppano situazioni sempre più grottesche e surreali, ma decisamente convincenti, e già la critica è concorde nell’affermare che alcune scene del film resteranno impresse nella storia del cinema diventando dei veri e propri cult, una fra tutte è quando Killer Joe obbliga la matrigna di Dotti a fare sesso orale simulato con una coscia di pollo.
Vi è un forte iperrealismo, che si sviluppa in una storia d’amore grottesca dal finale a sorpresa grazie all’eccellente interpretazione degli attori da Matthew McConaughey, qui decisamente convincente e strabiliante, a Juno Temple nel ruolo dell’innocente Dottie, da un espressivo Emile Hirsch nelle vesti di Chris ai bravissimi Thomas Haden Church fino a Gina Gershon, rispettivamente nei ruoli del padre Ansel e della matrigna.
"Killer Joe" è un’opera di alto livello, narrativamente impeccabile così come a livello registico, che con ritmo sostenuto, senza mai una battuta d’arresto o un cedimento, presenta sulla scena dei personaggi a tutto tondo, ben delineati e definiti, grazie anche ad una sceneggiatura ben organizzata ed equilibrata. Insomma è una vera macchina da guerra dove la scenografia viene utilizzata dal regista per sottolineare il carattere dei diversi personaggi presenti, in particolare la camera di Dottie, che sembra il mondo delle favole piena di giocattoli e pupazzi dove la ragazza si rifugia per scappare alla realtà. Come ha spiegato il regista William Friedkin: "Per me è come una versione contemporanea e perversa di Cenerentola, perchè c'è questa ventenne maltrattata dalla famiglia, il padre e il fratello la prostituiscono e la sua madre naturale ha tentato di ucciderla quando era bambina, e lei lo ricorda. Finalmente scopre il suo principe, che guarda caso è un killer e un poliziotto, e ha il doppio della sua età".

La frase:
"Niente è peggiore dei rimpianti, nemmeno il cancro, nemmeno essere mangiato dagli squali".

a cura di Federica Di Bartolo

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