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E' solo la fine del mondo

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Thomas Cardinali18 maggio 2016
 

  • Foto dal film E' solo la fine del mondo
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Xavier Dolan aveva incantato il Festival di Cannes 2014 con “Mommy”, diventato immediatamente un cult a livello mondiale, e quest’anno riprova a conquistare la Palma d’Oro con “Juste la fin du monde”.
Il film era il più atteso sulla croisette con code chilometriche per partecipare alle varie proiezioni e tempi di attesa di almeno 2 ore, questo soltanto per far capire quanto fosse fortissima l’attesa per questo titolo che avrebbe dovuto rappresentare la consacrazione artistica del regista e attore canadese.
Xavier Dolan mostra un’opera molto più matura rispetto al suo recente passato, nonostante gli appena 27 anni di età. Non c’è la “follia” di “Mommy” in cui era riuscito a creare un’opera quasi mistica, girata in 4:3 e con dei giochi di regia sfruttando gli spazi che hanno fatto immediatamente innamorare pubblico e critica. In “Juste la fin du monde” dovete dimenticarvi tutto questo: c’è un senso quasi claustrofobico, opprimente, devastante che trasuda ansia attraverso le immagini meravigliose del direttore della fotografia Andrè Turpin.

L’opera non è originale dato che il soggetto è tratto da la place teatrale omonima di Jean-Luc Lagarce ed è la seconda volta in carriera dopo “Tom à la ferme” e il risultato ne è pesantemente condizionato. Xavier Dolan riesce ad essere perfetto, ma a volte è l’imperfezione di alcuni dettagli, l’osare e l’andare oltre ogni schema a rendere un film un capolavoro e “Mommy” lo era.
Siamo davanti probabilmente a una delle opere più straordinarie di Cannes 69 dove per la prima volta il regista canadese può contare su un budget elevato e un cast stellare interamente in lingua francese: applausi per le tre muse Marion Cotilliard, Lea Seydoux e Nathalie Baye, ma anche per gli interpreti maschili Gaspard Ulliel e, soprattutto, Vincent Cassel che mostra di essere forse nel periodo più fortunato della sua carriera.
Il film contiene dei cliché estremamente dolaniani, specie nella prima parte dove le inquadrature accompagnate da una musica tipica delle sue opere riescono a trascinare lo spettatore (Dragostea Tin dei e Natural Blues sono delle scelte splendide), ma si mostra fin da subito diverso da tutte le opere precedenti forse alla ricerca di un controllo della narrazione a tratti eccessivo. Xavier Dolan non ha dato mai importanza ai premi, ma forse l’esclusione dagli Oscar del suo “Mommy” è stata decisiva in questa svolta artistica che lo rende molto più all’interno di determinati schemi, seppur con sempre presente quell’aria unica che lo accompagna. Dolan sembra quasi farsi da parte in un film potente in cui questo dramma familiare ha la capacità di ipnotizzare grazie all’espressività di un cast in stato di grazia.
La narrazione attraverso i flashback fa rivivere il passato del protagonista attraverso un mix di sensazioni: odio e amore che si manifestano attraverso una tangibile solitudine dei quattro interpreti.
Dolan incanta come sempre e realizza un film meraviglioso, seppur senza la magia che contraddistingue da sempre la sua filmografia unica nel panorama cinematografico attuale.


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