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I sogni segreti di Walter Mitty











Seppur mai troppo dichiarato in maniera esplicita, già nel 1982 provvide Neri Parenti a rispolverare tramite la parodia di taglio fantozziano “Sogni mostruosamente proibiti” il soggetto che fu trentacinque anni prima al servizio di “Sogni proibiti” di Norman Z. McLeod, interpretato dal comico statunitense Danny Kaye ed in realtà tratto da “The secret life of Walter Mitty”, racconto scritto da James Thurber nel 1939.
Lo stesso “The secret life of Walter Mitty” da cui Ben Stiller deriva questo suo quinto lungometraggio cinematografico da regista, prodotto dal John Goldwyn e dal Samuel Goldwyn Jr. rispettivamente nipote e figlio del Samuel Goldwyn che finanziò proprio la citata pellicola che ebbe al centro Kaye, qui sostituito, appunto, dalla star di “Tutti pazzi per Mary” e “Ti presento i miei”.
Star impegnata a portare sullo schermo un Walter Mitty che non è più il correttore di bozze di una casa editrice che pubblica romanzi di avventure dedito spesso a trasformarsi in aviatore intrepido, cavaliere o damerino nei suoi sogni a occhi aperti, bensì il photo editor di una rivista che, immerso in un universo lavorativo d’inizio terzo millennio tempestato di laptop e social network, immagina nel proprio mondo onirico, tra l’altro, di salvare un cane da un edificio in fiamme e di intraprendere un assurdo scontro proto-“Matrix” con l’arrogante amministratore delegato Ted Hendricks, alias Adam Scott.
Fornendo, insieme alla situazione volta a citare in maniera esilarante “Il curioso caso di Benjamin Button”, diverse occasioni capaci di spingere lo spettatore a sprofondare in risate, mentre vediamo il protagonista anche segretamente innamorato della collega Cheryl Melhoff, con le fattezze della Kristen Wiig de “Le amiche della sposa”.
E, probabilmente al fine di attualizzare determinati momenti in musica presenti nel film di McLeod, non manca neppure una sequenza cantata sulle note della bowieana “Space oddity” nel corso delle quasi due ore di visione, destinate oltretutto a coinvolgere, in un piccolo ruolo, addirittura il vincitore del premio Oscar Sean Penn.
Quasi due ore di visione che, però, sembrano abbandonare del tutto quell’iniziale e funzionante registro comico-demenziale dopo che Walter, rischiando di perdere il lavoro, si trova costretto a imbarcarsi in un viaggio intorno al mondo atto a testimoniare che nessuno è realmente a conoscenza del potere che hanno i sogni nella nostra mente, se non nel momento in cui questi ci ispirano la vita.
Infatti, tra lunghe escursioni in bicicletta e su skateboard, il tutto tende non poco a rivelarsi narrativamente fiacco man mano che subentrano toni di racconto maggiormente seri rispetto al resto; tanto da non permettere più di distinguere il vero dalla fantasia e da lasciar tranquillamente emergere pretenziosi connotati da elaborato d’autore forse adatti alle opere indirizzate ai festival specializzati in cinema indipendente, ma che mal si sposano con la tipologia di leggero spettacolo da schermo proposta durante la prima parte dell’operazione.

La frase:
- "Come va coi sogni ad occhi aperti"
- "Adesso meno".

a cura di Francesco Lomuscio

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