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Il Corriere - The Mule

La recensione del film a cura della Redazione di FilmUP.com

di Francesco Pozzo30 gennaio 2019Voto: 7.0
 

  • Foto dal film Il Corriere - The Mule
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Clint Eastwood è il cinema. Piacciano o meno le opere e le idee che quest’uomo fiero e meraviglioso porta avanti con coerenza e concretezza invidiabile da più di mezzo secolo, spesso fraintese quando non totalmente travisate, non si può non riconoscere che pochi grandi artisti, nel cinema come in tutte le arti, sono invecchiati bene quanto lui.

The Mule non è Gran Torino o Million Dollar Baby e non rientra nemmeno fra i suoi cinque capolavori più grandi, non ne possiede la perfezione e nemmeno, se vogliamo, il sublime e lancinante afflato epico, ma è un gioiello di una sincerità e di una maestria commovente, il piccolo grande film di uno splendido ottantottenne che per una vita intera ha proseguito per la propria strada con la testardaggine di un mulo e che è oggi giunto ad un livello di competenza ed agilità che non conosce semplicemente eguali nel cinema contemporaneo, regalandoci un film che è il viaggio tortuoso e sinceramente toccante di un coriaceo ma dolce ed (auto)ironico uomo di cinema che senza fronzoli e lungaggini inutili fa un amaro bilancio della propria esistenza e della propria immagine arrivando a dirci quello che vuole con una profondità fordiana e con la semplicità e il nitore che l’hanno da sempre contraddistinto, illustrandoci e dimostrandoci ancora una volta come solo lui sa fare, con quella luminosa saggezza e quella pacata tenerezza che stempera la ruvidezza e che arriva a scalfire e poi sciogliere lentamente anche il più algido dei cuori, che niente è solo bianco o solo nero e che a volte una persona capace di azioni discutibili o incapace di esprimere anche gli affetti più basilari può prendersi cura di un fiore con l’amore e la delicatezza che si riserverebbe ad un figlio perduto o mai conosciuto.

Earl Stone è una di quelle persone, un uomo che ha sbagliato tutto ed è arrivato a fine corsa lasciandosi la vita alle spalle, una vecchia canaglia consapevole dei propri errori che non si pone troppi dilemmi morali e che vuole godersi senza problemi quel poco che gli rimane ma a cui resta, forse, ancora un po’ di tempo per rimediare, per sistemare le cose e rimettere assieme i cocci, per recuperare una famiglia a pezzi e gli affetti all’apparenza irrimediabilmente perduti, consapevolezza che maturerà lentamente e dolorosamente nello splendido ed accorato secondo atto nell’ellittico e sfocato rapporto con il comprensivo poliziotto interpretato dal solido Bradley Cooper, meraviglioso e cruciale incontro fra due figure totalmente opposte ma ugualmente difettose che raggiunge il culmine della bellezza con quella splendida e prospettica inquadratura in macchina che vede due uomini profondamente diversi che però si rispettano e si mettono dolentemente a nudo sussurrandosi le proprie mancanze e i rispettivi fallimenti, un momento di grande cinema che riporta alla mente la tragica e sublime grandezza del finale di Heat di Michael Mann e di tutti i suoi splendidi ed ambigui antieroi.

C’è chi si è sempre bendato gli occhi inquadrando superficialmente Eastwood come un regista reazionario e biecamente di parte, ma l’ovvia verità è che Clint è sempre stato dalla parte dell’uomo e dei suoi ideali, illustre portavoce di un cinema classico e antropocentrico carico di una pietas che appartiene solo ai grandi delle epoche passate e che mette l’essere umano e il rispetto per il prossimo prima di ogni altra cosa e di ogni superfluo canone estetico, un cinema maturo, limpido e toccante che non è mai stato politico o schierato ma sempre profondamente riguardoso e foriero di grandi pilastri dell’umanità come il rispetto e la tenerezza, l’orgoglio e la dignità, la voglia e la consapevolezza di perdonare e di poter fare qualcosa per migliorare una società violenta ed alienata che ha perso i valori più elementari nella speranza di un futuro più radioso e civilizzato, una lezione che ha brillantemente assimilato da Hawks, Siegel e Leone e da tutti i grandi maestri con cui è cresciuto e che ha messo in pratica come mai nessuno prima d’ora con la sicurezza di un padre e la dolcezza di un nonno che ci guida per mano trasmettendoci antichi valori fra una battuta e una carezza.

Torna alla mente un’intervista di Ellen DeGeneres durante la quale Eastwood, parlando placidamente delle unioni civili e di cosa significasse essere un liberale al giorno d’oggi, rispose con socratica laconicità: “Io penso che ognuno andrebbe lasciato libero di fare quello che vuole”.

Ecco, questo è The Mule. Questo è Clint Eastwood.


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