Sotto corte marziale
Collocare "Sotto Corte Marziale" all'interno di un genere specifico non è facile, di certo c'è la rispondenza ad alcuni dettami suggeriti dall'amministrazione americana dopo la strage dell'undici settembre: inneggiare al valore degli uomini e stigmatizzare la crudeltà della guerra. Non ci troviamo di fronte i soliti tedeschi ottusi e crudeli, ma persone coinvolte in un atroce conflitto il cui confine tra bene e male viene spostato "di forza" dalle atrocità a cui assistono. Né il comandante tedesco del campo di prigionia (Marcel Iures / "Amen"), né il colonnello Mc Namara (Bruce Willis / "Bandits"), responsabile dei prigionieri, sono due figure dai contorni chiari e definiti, ambedue si muovono in una "zona grigia" dove sono concessi strappi alle regole per quello che loro ritengono essere un bene maggiore.
La vita di un prigioniero di guerra può essere un semplice tirare avanti, o può diventare una sorta di scontro con i propri carcerieri. Il colonnello Mc Namara pensa che questo sia il dovere di un vero soldato, mentre il tenente Hart (Colin Farrell / "Tigerland") sembra più preoccupato di sopravvivere che altro. Lo scontro tra le ideologie dei due ufficiali in realtà nasconde situazioni molto più complesse e diventa un braccio di ferro, che coinvolgerà tutto il campo, in cui dominano il senso del dovere e del sacrificio.

La pecca maggiore della pellicola risiede però nella sua mancanza di identità, sebbene la regia di Gregory Hoblit ("Frequency") sia solida ed avvincente (nelle poche scene d'azione), rimaniamo costantemente in bilico tra un film di guerra, un processuale o, addirittura, un thriller. La corte marziale, come anche la fase che la precede risulta un pò lunga e lenta, tanto da appesantire tutto il resto e da far dimenticare allo spettatore che si trova in un film di guerra. La demarcazione risulta ancor più netta se raffrontata alla cattura ed al viaggio di Hart in cui si respira un'atmosfera decisamente più "bellica". Ovviamente, visti i sentimenti ispiratori del tutto, siamo condannati a fare un bagno di retorica moralista fin troppo stucchevole.
Interamente girato nella Repubblica Ceca, il film si avvale di un cast molto europeo. Se Colin Farrell sembra incarnare perfettamente il suo personaggio, altrettanto non si può dire di Willis che continua a sfoggiare sempre la stessa "maschera" senza alcuna variazione di tono. Francamente risulta palese il suo ruolo di "specchietto per le allodole", continuo a sorprendermi che queste esche siano ancora efficaci.

Curiosità: la storia scritta da John Katzenbach si basa sulle esperienze dirette di suo padre, prigioniero di guerra durante il secondo conflitto mondiale.

La chicca: la scena in cui si incrociano il treno dei prigionieri di guerra con quello dei deportati nei campi di concentramento: semplice, essenziale, ma è come un pugno nello stomaco.

Indicazioni:
Per i nostalgici dei film di guerra infarciti di americanismo.

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