Gardener of Eden – Il giustiziere senza legge
La caduta del sogno americano era già stata cantata da Fight Club, film che con i suoi pregi e difetti aveva messo in luce le speranze e i sogni che un sistema mediatico sempre più avido e aggressivo proponeva ai giovani americani senza però mantenere la promessa. La televisione, diceva Tyler Durden, ci ha promesso che saremmo diventati rock star, attori, modelli e quant’altro, invece lavoriamo nei ristoranti, negli alimentari e nelle stazioni di benzina. Giustiziere senza legge sembra proprio prendere le mosse da questa idea, ampliandola a un’altra categoria presentata come possibile e naturalmente negata dalla realtà: il supereroe.
Cosa succede a una generazione che non ha più guerre? Il nonno di Adam aveva racconti sulla II guerra mondiale, il padre sul Vietnam, ma adesso che il tipo di guerra di una volta non esiste più come si può essere eroi, o meglio ancora supereroi? Ci sono naturalmente le strade, i sentieri di una giungla urbana violenta dove si può ergere una figura in grado di difendere i più deboli dalle sopraffazioni del crimine: il vigilante. In questa pellicola le caratteristiche del film dei supereroi vengono prese e capovolte: la chiamata di Adam è casuale, la violenza delle strade sembra assente, quasi immaginaria ed il suo comportamento è più simile a quello di un lunatico fanatizzato da idee approssimative piuttosto che quello di un tutore della legge. Persino lasciare la piccola cittadina di provincia per recarsi a New York non dà i risultati sperati, persino lì il male sembra essere assente e “mettere le cose a posto” sembra molto più complicato di quanto sembri, complicato quanto voler cambiare il mondo da una stazione di benzina.
Questo sembra essere il messaggio del film, un messaggio in definitiva ancor più sinistro di quello di Fight Club, anche perché il protagonista non riesce neppure ad arrivare a quell’aura sinistra del vigilante violento, le sue azioni sono più spesso che mai tristi al limite del burocratico. La regia ricerca volontariamente l’aspetto antiepico delle situazioni, senza però arrivare al ridicolo vero e proprio. Il problema di un approccio di questo genere consiste però nel fatto che il ritmo è spesso discontinuo, per cui dialoghi tutto sommato interessanti si alternano (per scelta) ai cliché di genere, come le interminabili sedute di allenamento e “costruzione dell’eroe” sia dal punto di vista fisico che psicologico. Lukas Haas (ebbene sì, il piccolo protagonista del “Testimone” di tanto tempo fa) è efficace nella parte, grazie anche al suo viso molto particolare, che può essere anche simultaneamente goffo e risoluto. La forza senza giustizia diventa violenza, dice un vecchio adagio, ed evidentemente far incontrare l’Uomo ragno e Tom Joad non può portare a risultati edificanti, per cui quel “Io ci sarò”, proveniente dal protagonista di Furore, che sarebbe diventato protettore delle masse diseredate, almeno in spirito, suona come un monito grottesco e fasullo, in questo caso sì, davvero sinistro.

La frase: "Perché le cose cattive capitano ai buoni?".

Mauro Corso

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