Flags of our fathers
Il mare pullula di navi da guerra, più di un centinaio di imbarcazioni solcano l'Oceano Pacifico verso l'isola di Iwo Jima, un dispiegamento imponente, al passaggio degli aerei, tutti urlano, si sbracciano, un marine cade in mare, nessuno si ferma per soccorrerlo, nessuno butta un salvagente: "e ci dicevano che nessuno verrà abbandonato", commenta amaro uno dei soldati. Questo è lo spirito con cui Clint Eastwood si accinge a raccontare la guerra, la forza delle immagini, contrapposta alla manipolazione e all'uso spregiudicato che ne fa la politica.
Motore della storia è la foto che venne scattata durante la Battaglia di Iwo Jima. L'istantanea ritraeva sei soldati americani uniti nello sforzo di innalzare la bandiera a stelle e strisce.
Quell'immagine divenne il simbolo dell'orgoglio americano, riuscì a risollevare lo spirito di un popolo fiaccato e stanco, smosse l'orgoglio di una nazione, e fece di nuovo sperare che la nazione riunita sotto quel vessillo avrebbe potuto vincere la guerra. E proprio su quest'immagine, così carica di significati, Eastwood imbastisce una storia sulla finzione dei media, sull'utilizzo sprezzante e cinico che i politici fanno della gente, ma parla anche di razzismo, finte promesse e solitudine.
Protagonisti sono John "Doc" Bradley (Ryan Phillippe), ufficiale Sanitario della Marina; Ira Hayes (Adam Beach), marine di origini pellerossa e Rene Gagnon (Jesse Bradford), un portaordini militare; gli unici tre sopravvissuti tra i soldati ritratti della foto, costretti ad intraprendere un tour promozionale per la raccolta di fondi, esibiti in pubblico come fantocci allo slogan: "Ecco gli eroi di Iwo Jima". Attraverso i loro ricordi vengono presentati alcuni momenti della battaglia, una delle più sanguinose della Seconda Guerra Mondiale. Eastwood gira queste scene con filtri grigio/blu, che annullano tutti i colori accessi, eccetto il rosso del sangue e delle esplosioni, utilizzando montaggi veloci, soggettive aspre, una perfetta costruzione della suspense, delle attese e delle esplosioni di violenze, con scene bellissime.
Come contraltare a questa violenza, ci viene mostrata quella più subdola della politica, i tre soldati vengono mossi dai fili della propaganda, costretti a sorridere, arrivano anche a dover rievocare la scalata su una finta collina di carta pesta, davanti ad un pubblico da stadio. E quando il più fragile dei tre, Ira, non riesce più a sopportare questa pagliacciata, viene rimandato al fronte senza neanche avere la possibilità di rincontrare la madre. Qui la regia è sobria, un realismo fatto di primi piani e controcampi, una visione amara dell'America di quegli anni, dove Ira viene osannato sul palco, ma cacciato dai bar perché pellerossa.
Grande pregio del film è non aver voluto dare un'aura epica alla storia, aver cercato per quasi tutto il film di dare una ricostruzione fedele, distaccata, quasi fredda, degli avvenimenti narrati, non utilizzando un approccio sentimentale, fino all'ultimo quarto d'ora dove, ahimè, il film si perde nella rievocazione filiale, una parte che sembra più nelle corde di Steven Spielberg, qui produttore, che in quelle di Eastwood.

La frase: "Una foto può farci vincere o perdere una guerra".

Elisa Giulidori

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