East of paradise
Il film East of paradise di Lech Kowalski, presentato a Venezia nella sezione orizzonti è in realtà quasi la giustapposizione di due pellicole separate, dalla forte impronta biografica e biografico-familiare.

Nella prima parte possiamo assistere ad un lungo documento di tesimonianza di Maria Werla Kowalska, la madre del regista (a cui ha dedicato il presente film). Si tratta di un articolato racconto a telecamera fissa, con alcuni dettagli nei momenti più duri della narrazione. La Kowalska racconta di come sia stata deportata in un gulag in Unione sovietica verso la fine della guerra e delle traversie che ha dovuto sopportare lottando contro la fatica, la fame, il freddo ed il senso di responsabilità nei confronti di un bambino non suo. La testimonianza filmata ha un valore superiore a qualunque tipo di resoconto scritto, proprio perché le incertezze, le interruzioni e tutto quello che rientra nella comunicazione non verbale è portatore di significati inconsci in grado di colpire in profondità chi ascolta. A questo poi si aggiunge la paura di non essere creduti ed il timore di non essere compresi, preoccupazioni comuni a tutti quelli che come Maria Werla hanno vissuto esperienze estreme in campi di lavoro o in campi di concentramento.

Ed è un bene che Kowalski abbia provveduto a registrare la storia della madre, perché com'è noto il tempo dell'uomo non è eterno. La memoria di certi avvenimenti chiave del XX secolo deve essere preservata ad ogni costo, e per quanto piccolo possa essere il portatore di questa testimonianza è pur sempre un tassello nel muro del dolore, monito per le generazioni future.

Nella seconda parte il regista ripercorre le proprie esperienze nel mondo della cinematografia non di finzione. I riferimenti sono un documentario del 1980, D.O.A. (cioè dead on arrival), basato sulla vicenda dei Sex Pistol, fino alla morte di Sid Vicious e Nancy Spungen, e delle difficoltà produttive che ha dovuto affrontare per poter documentare il tour negli Stati Uniti di questo storico gruppo punk. Il secondo riferimento è un altro documentario basato sulla vita di John Spangler, Story of a junkie, distribuito dalla Troma. John Spangler, detto Gringo, era un eroinomane, poi morto dopo una lunga malattia dovuta all'Aids. Si tratta di documenti molto duri, di storie di droga e di pornografia, che il regista affronta cercando di non esserne toccato, ma facendo toccare con mano lo squallore e l'alienazione dei personaggi che descrive.

Kowalski cerca di conciliare queste due sezioni in un connubio che appare certamente "osceno", proprio perché il regista cerca di trovare in entrambe l'aspirazione a liberarsi da un potere opprimente e portatore di una giustizia ed un ordine solamente di facciata. Tale accostamento potrà sembrare discutibile, ma darà senz'altro spunti di discussione.

La frase: "Il volto del potere è triste e provocatorio come il volto della povertà".

Mauro Corso

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