Corpo celeste
Sorelle d’arte crescono, e così, caso raro per il cinema italiano, ecco che accanto all’ascesa di Alba Rohrwacher, una delle più brave attrici "giovani" (32anni) del cinema italiano, ecco la sorella Alice, ventinovenne, al debutto alla regia (dopo tanti lavori da montatrice e documentarista) con questo "Corpo Celeste", presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes.
Reggio Calabria. Dopo una decina di anni vissuti in svizzera, la piccola Marta torna con mamma e sorella maggiore nella sua città d’origine. Per farsi nuove amicizie, le viene suggerito di iscriversi al corso di cresima, dove la catechista è una signora, vecchia conoscenza di famiglia. Sarà l’inizio per una parentesi di vita che darà modo alla piccola e dolcissima bambina di osservare un mondo in cui l’anormalità dei comportamenti di chi dovrebbe rappresentare la fede, si veste in maniera del tutto naturale in un centro di potere in grado di condizionare l’intera comunità...
Sia chiaro fin da subito che non si parla di pedofilia o di perversioni sessuali, il personaggio di Marta è, narrativamente parlando, il chiavistello attraverso cui entrare all’interno della correlazione parrocchia-cittadini di un piccolo centro, da un punto di vista "puro", senza pregiudizi di sorta. E così, tutto quel che viene dopo, dalla fragilità e ignoranza della catechista fino alla frustrazione e ambizione di don Mario e dei suoi superiori, sono introdotti gradualmente nel racconto. Non si parte dalla volontà di dimostrare fin dall’inizio una tesi forte (il ruolo spesso negativo giocato dalle parrocchie) su cui poi caricare tanti eventi emblematici che la sostengano. Al contrario, si arriva al "significato" del film solo dopo aver seguito il dipanarsi di tante piccole e logiche azioni "quotidiane" che, prese singolarmente sembrerebbero perfettamente naturali, ma viste una accanto all’altra, perfetta sintesi di processi di causa ed effetto, lasciano a bocca aperta. La straordinaria fuga di Marta per salvare i gattini, la caduta del crocifisso o la difesa, nonostante tutto, della sorella in chiesa, sono tanti piccoli momenti di potentissimo cinema fatto di immagini, significati ed interpretazioni.
Corpo Celeste è una storia che vive, che entra sottopelle con quella dolorosa razionalità propria, come sensazione, di un programma televisivo come Report, solo che lo fa da una prospettiva cinematografica che non significa documentario ma creazione di una storia di finzione in cui tanto il racconto quanto il tono scelto, siano perfetti per l’immedesimazione e la comprensione. Alice Rohrwacher è l’autrice di quello che si candida ad essere uno dei più bei debutti del cinema italiano degli ultimi anni. Complimenti a lei e a chi le ha dato fiducia.

La frase: "Non si parla male di mia sorella".

Andrea D'Addio

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