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Come pietra paziente











Riuscire ad interessarci per oltre 100 minuti, di cui la maggior parte girati in una squallida stanza dai muri scrostati ed i colori quasi indistinguibili, non è facile. Soprattutto se poi, uno dei due protagonisti, è in coma dall'inizio alla fine.

Un'impresa dunque, di quelle che solo il cinema, quando è nelle mani di grandi autori e grandi registi, riesce a compiere. Il piccolo genio di cui stiamo parlando è Atiq Rahimi, scrittore e regista afghano in asilo politico in Francia dal 1984. Rahimi porta sullo schermo il suo romanzo "Pietra di Pazienza" dove sostanzialmente racconta del "dialogo" di una donna afghana con il marito in coma, perché colpito da una pallottola che gli si è conficcata nel collo.
Quello che all'inizio è un surreale dialogo diventa un lungo, doloroso ed accorato monologo, durante il quale la donna avrà finalmente il coraggio di raccontare al marito tutte le sofferenze e le umiliazioni che una donna è costretta a sopportare in un contesto religioso e tradizionale così ortodosso come quelle della società afghana sotto i talebani. In una Kabul (?) dove lo scoppio delle bombe è accolto come fosse un'inevitabile evento atmosferico, e dove la vita ha un valore insignificante, la donna confesserà finalmente al marito (che paradossalmente nella rigidezza del coma finalmente le presta attenzione) segreti che altrimenti sarebbero per sempre rimasti nella comoda sfera dell'oblio. Una sorta di "Parla con Lei", questo bellissimo film di Rahimi, ma con una misura di dolore e atroce consapevolezza in più che un inaspettato evento, perfettamente collocato nel mezzo della storia, contribuirà a colorare di una tinta di speranza.

Piccolo miracolo di tecnica, girato come detto quasi tutto tra le pareti di una stanza, il film è impreziosito dalla fotografia limpida ed espressiva di Thierry Arbogast (il fotografo che da sempre lavora con Luc Besson) che mette in luce la storia alla quale ha partecipato anche lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière (uno che ha lavorato con gente come Bunuel o Wajda...). Un cast tecnico, dunque, di elevatissimo livello i cui risultati rispecchiano la fama che li precede. Ma, tutto ciò, sarebbe potuto vanificarsi se la protagonista assoluta, la donna, fosse stata interpretata da un'attrice non all'altezza del compito. Per fortuna di tutti noi, il ruolo è andato alla bravissima, e bellissima, Golshifteh Farahani, ormai affermata attrice che si districa nella difficilissima parte con grandissima maestria. Il suo è un personaggio che ci rimane nel sangue e nelle ossa, grazie a quel misto di rabbia e sottomissione, desiderio di rivalsa e attaccamento alla tradizione, accettazione del dolore e ricerca del piacere che ci conduce e ci accompagna fino alla scelta finale, assolutamente condivisibile.

La frase:
"Oh Re dei Buoni, piango per la mia solitudine!".

a cura di Daniele Sesti

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