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Anni felici











Nell’estate romana del 1974 la famiglia Marchetti sta vivendo i suoi "anni felici" senza esserne consapevole. Guido, il padre, è un artista che insegue il mito delle avanguardie, dedicando tutti i suoi sforzi al lavoro e trascurando la moglie Serena, che trae la sua linfa vitale dall’amore donatole dai figli Dario e Paolo e, occasionalmente, dal marito. In seguito all’insuccesso di una performance organizzata da Guido a Milano, la donna, stanca di rivestire un ruolo di secondo piano nella quotidianità del marito, accetta di trascorrere una vacanza in Francia con Helke, proprietaria di una galleria d’arte, e con un gruppo di femministe. Qui farà delle esperienze destinate ad avere una ripercussione sull’equilibrio familiare.
Daniele Luchetti, regista e sceneggiatore con Sandro Petraglia, Stefano Rulli e Caterina Venturini, ha dichiarato che il film ha le radici nella sua esperienza autobiografica (evidente nel personaggio del piccolo Dario a cui regalano una cinepresa super 8), arricchita successivamente con episodi del tutto immaginari. E nel ritratto dei Marchetti si percepisce la presenza di una forte componente personale. Il punto di forza del film consiste proprio nel riuscire a rendere con chiarezza e semplicità tutte le dinamiche emotive all’interno del nucleo familiare. Il personaggio meglio costruito è senza dubbio quello di Serena: una donna che vive per amare, spesso esagerando e invadendo gli spazi del marito. "Non ama l’arte ma ama l’artista". E lo ama tanto da perdonargli ogni tradimento, ogni mancanza di rispetto. Il personaggio di Guido, invece, è quello potenzialmente più interessante, soprattutto ai fini di una critica al conformismo degli anticonformisti e ai nuovi sedicenti intellettuali, ma scade in una macchietta intinta di stereotipi.
Certo, l’ironia è forse il tono prevalente del film, ma se il resto della pellicola trae forza da una certa verosimiglianza di situazioni e caratteri, un protagonista eccessivamente costruito e sopra le righe stride con la direzione in cui si muove il film.
È forse questo il difetto principale del lungometraggio di Luchetti, in cui coesistono momenti di intimità familiare e accenni a grandi temi (arte contemporanea, femminismo): le situazioni particolari sono sempre descritte in modo credibile, nonostante i toni da commedia spesso assunti, mentre la critica sociale è portata avanti con eccedente approssimazione e un evidente scarso interesse.
Il brio del film deve molto sia alle prove attoriali di Micaela Ramazzotti, di Kim Rossi Stuart (che, anche se caricaturale e poco controllato, contribuisce a costruire un’atmosfera spensierata) e della tedesca Martina Gedeck, sia alla fotografia di Claudio Collepiccolo, che ci restituisce tutta la vivacità dei colori degli anni ’70.
Luchetti firma dunque una pellicola più debole dei suoi precedenti "Mio fratello è figlio unico" e "La nostra vita", comunque valida e divertente, bella riflessione sulla libertà che, tanto invocata da Guido, sarà forse ottenuta da Serena, perché, come viene sottolineato nel film, "se uno chiede di essere libero, vuol dire che non lo è".

La frase:
"Lo vedi che arte e amore sono la stessa cosa?".

a cura di Luca Renucci

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