Alone
Con la sequenza di apertura che, complice una colonna sonora in stile "L’uccello dalle piume di cristallo", sembra richiamare sotto certi aspetti il cinema di Dario Argento, il secondo lungometraggio firmato dai thailandesi Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom, responsabili nel 2004 del poco convincente "Shutter", si costruisce su un soggetto fin troppo vicino a quello che fu alla base de “Il mai nato” di David S. Goyer.
Ma, tenendo in considerazione il fatto che la pellicola di Pisanthanakun e Wongpoom è stata concepita nel 2007, quindi due anni prima dell’uscita del film di Goyer, sorge spontaneo pensare che sia stato il regista di "Blade: Trinity" ad ispirarsi alla vicenda della giovane Pim alias Marsha Wattanapanich, la quale, seppellito il suo passato in Thailandia e cominciata una nuova vita in Corea accanto all’amabile compagno Vee, interpretato da Vittaya Wasukraipaisan, si vede costretta a tornare in patria a causa di una grave malattia che sembra aver colpito la madre, trovandosi a dover fare i conti con spaventosi ricordi legati alla defunta gemella siamese da cui venne dolorosamente separata.
Quindi, come accade nella maggior parte dei racconti di paura su celluloide provenienti dall’oriente, è su lenti ritmi di narrazione che i due registi sviluppano i circa novanta minuti di visione, tempestati d’improvvise ed immancabili apparizioni spettrali (decisamente inquietante l’immagine della ragazza appesa al ventilatore da soffitto) e concentrati più su una efficace, cupa atmosfera che sul sensazionalismo degli effetti speciali di trucco.
Anche se una tutt’altro che invadente spruzzata di liquido rosso non è assente in questo visivamente curato horror dagli occhi a mandorla che, ulteriormente impreziosito dalla buona prova degli attori, sfrutta a dovere uno script culminante in una piuttosto inaspettata rivelazione finale infarcita di allegoria relativa ai problemi arrecati dalla solitudine (da qui il titolo); fino alle pirotecniche sequenze conclusive che tanto ricordano l’epilogo di "Inferno", firmato nel 1980 dal succitato autore di “Profondo rosso”.
D’altra parte, sarà forse un caso che la casa di produzione del film si chiami Phenomena Company Limited?

La frase: "E’ normale che due gemelle siamesi si scontrino, è una condizione di vita forzata per entrambe".

Francesco Lomuscio

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