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Un fantastico via vai











La famiglia Nardi è una normale famiglia medio borghese: lui impiegato di banca, lei insegnante e le figlie, due gemelle con l’esame di terza media alle porte. Arnoldo (Leonardo Pieraccioni) ha quarantacinque anni e sembra soddisfatto della propria quotidianità, per quanto sembri non chiedersi affatto se possa avere qualcosa di più da se stesso o da sua moglie. Pensa con nostalgia alla propria gioventù e forse è proprio questo bisogno di un ritorno al passato che lo spinge al quotidiano tentativo di aggiustare vecchi giocattoli anziché buttarli via: forse si sente inconsciamente vicino a quei piccoli rottami: né nuovo né da buttar via; soltanto recuperabile.
L’occasione per recuperarsi gliela offre involontariamente la moglie, buttandolo fuori di casa a causa di un equivoco maldestro che Arnaldo non riesce a spiegare prontamente. Tuttavia, quello che per una persona comune potrebbe costituire un dramma, per Arnaldo è un’occasione, forse l’ultima, per vivere ancora qualche scampolo di giovinezza e di libertà. Il protagonista decide, infatti, di affittare una stanza dentro una casa di studenti. Sono in quattro e hanno poco più di vent’anni. In mezzo a loro, tra quelle vite piene ancora di avvenire, Arnaldo vivrà giornate intense e piene di entusiasmo, ma capirà anche di non avere più vent’anni.

Il film, richiamandosi alla felice commedia dello stesso regista, I Laureati, vorrebbe fornire uno spaccato colorito della gioventù moderna: le aspettative, le speranze e i sogni che ogni studente proietta sul proprio futuro, frenate da una realtà politica e da un mondo del lavoro che sembra non avere nulla da offrire. Tuttavia, la freschezza descrittiva che aveva determinato il successo di quella commedia, è del tutto assente. Luoghi comuni, stereotipi, banalità la fanno da padrone, contribuendo a tracciare un quadro irrealistico dell’odierno mondo giovanile, che evidente resta vivo nel cuore del regista solo attraverso i suoi ricordi sfumati. Manca la sensibilità necessaria per affrontare in modo puro e leggero, ma al tempo stesso profondo, questo come altri temi, pure sfiorati in modo pretenzioso, tra cui l’aborto e il razzismo.

A salvare il film da un esito che altrimenti sarebbe stato pessimo è la simpatia di alcuni dei protagonisti. In particolare Maurizio Battista e Marco Mazzocca formano una coppia che sa far ridere e rendere piacevoli e divertenti alcune scene chiave. Anche Pieraccioni, nonostante il suo eccessivo protagonismo, risulta simpatico nelle vesti del quarantacinquenne travestito da giovane. I suoi balli, le sue bravate dagli esiti imbarazzanti donano al film qualche pennellata di comicità.

Davvero pessimo, invece, è il finale. Senza voler anticipare nulla, bisogna dire che risulta assolutamente fuori luogo rispetto al contesto, intriso di un simbolismo sterile, carico di una drammaticità che non tarda a diventare patetica. Il regista avrebbe fatto meglio a spegnere il racconto in un finale allegro e spensierato, anziché avventurarsi su un terreno che rischia di ridicolizzarlo di fronte al suo pubblico.

Qualche nota buona in una sinfonia stonata. Questa potrebbe essere la sintesi adeguata della commedia.

La frase:
"Si passa gran parte della vita a pensare a cose che poi non accadono".

a cura di Simone Arseni

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