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Autore Rolf De Heer
Cronenberg

Reg.: 02 Dic 2003
Messaggi: 2781
Da: GENOVA (GE)
Inviato: 14-11-2006 18:16  
La sua grossa abilità sta nel raccontare storie di uomini, tutti piccoli ed insignificanti agli occhi distratti del nostro tempo, occhi troppo suggestionati dalle immagini volubili del progresso e della modernità. De Heer ama soffermarsi, all’interno di stanze preferibilmente, come dà ad intendere in Bad Boy Bubby (1993), La stanza di Cloe (1996), Balla la mia canzone (1998) e nel più recente Alexandra’s Project (2003), dove focalizza il suo occhio su uomini/vittime rappresentati, quindi, dallo scenario in cui vivono la loro storia. La mente disturbata e criptica di Bubby era parafrasata ottimamente con il bunker in cui era imprigionato dalla madre, quella sofferente e vulnerabile della piccola Cloe con una stanza che talvolta assumeva le sembianze di una spaventosa pantera, mentre lo scenario piccolo borghese in cui Alexandra imprigiona suo marito sa tanto di sala di quelle torture che da lui ha fino ad allora subito. In questa sezione del cinema di De Heer apparirà evidente come ogni suo personaggio abbia qualcosa da affermare, un proprio progetto da mettere in atto, ed il cineasta olandese naturalizzato australiano ci offre tutti gli elementi per addentrarci nella psicologia di queste sue pedine, solitamente contorta. Proprio Bad Boy Bubby, il film che gli valse la fama dell’esordio, mette in scena il progetto di rivalsa di un uomo trentacinquenne che non ha mai conosciuto il mondo esterno per volere della madre, che abusa di lui sessualmente e lo sfrutta per i lavori più servili. Bubby, che ha sviluppato così una latenza pedagogica molto rilevante, si trova in difficoltà a comprendere la realtà della vita e dell’amore, scoprendoli da sé in una fuga che significa libertà di essere, prima di tutto, quello che si è. Similmente Cloe, pur con trent’anni di meno, è vittima di un grande sconforto educativo causatogli dai continui litigi fra i suoi genitori, che come reazione la portano ad essere muta con tutti. Anche Alexandra dunque, in maniera diversa, è stata vittima di qualcosa, pedissequi abusi sessuali da parte del marito, che l’hanno portata a pianificare una spietata vendetta nei suoi confronti. I temi dell’ingenuità tipica dell’età infantile e della razionalità invece propria di quella adulta fungono da pietre angolari di un percorso che De Heer ha intrapreso con grande devozione fin dal principio, dandogli le sembianze di un impegno sociale prima di tutto divertito, una riflessione cinematografica, e per questo edulcorata, che sappia seminare nello spettatore il colpo di scena del dubbio, piuttosto che il dubbio del colpo di scena. Come dire che prima di tutto viene il cinema, la passione verso questo medium artistico così all’avanguardia, e poi l’utilità di questo, la sua funzionalità ai fini sociali. De Heer, da abile story teller, sfrutta al meglio la capacità offertagli dalle immagini in movimento sincronizzate al suono, e forse proprio con un film come The Tracker - La Guida (2002) offre la maggiore dimostrazione di valore artistico del suo cinema, stilizzando una storia da western classico, dove tre soldati americani inseguono un fuggitivo aborigeno nell’outback australiano, con il supporto delle composizioni musicali a cura dello stesso De Heer. Ma questa raffinazione stilistica, dipesa anche e soprattutto dall’accrescimento di fondi per la realizzazione dei film di un cineasta dalla fama ormai internazionale, particolarmente sostenuto in patria e dal nostro produttore Domenico Procacci, tarda a seguitare per l’intenzione di girare ancora un film dall’alto valore concettuale e sociale. Balla la mia canzone (1998) viene presentato nel concorso ufficiale della kermesse cannense, dove non ottiene alcuna considerazione e nemmeno lo slancio previsto per una quantomeno dignitosa distribuzione in sala. Sembra il comune destino di tanto, troppo cinema empirico ed esemplificativo piuttosto che a tutti i costi retorico e semplicistico, quello di diventare e purtroppo restare un caso di psicologia dibattuta, un raro episodio in cui l’arte entra in discussione con la scienza. Ma un’opera per certi versi rozza e anacronistica esteticamente ha molto più da dire della metà del cinema contemporaneo che viene normalmente prodotto e distribuito, quando c’è di mezzo la vita di una ragazza spastica fin dalla nascita, prima che nel film, nella realtà. Così ancora una volta Rolf imbraccia la macchina da presa e si addentra nella dimensione minuscola di una scalcinata abitazione concessa dalla sanità al personaggio di una superlativa Heather Rose, che appunto spastica lo è per davvero, e con il suo sguardo impavido persegue il suo fine di fare cinema con gente più sfortunata di lui e, probabilmente, dei suoi spettatori. Coraggioso quindi, e terribilmente caparbio, come ci conferma il suo ultimo lavoro 10 Canoe, una docufiction che indaga sulle antiche tradizioni e stili di vita delle tribù aborigene australiane. Desiderio di approfondire questo tema derivato dalla stimolante collaborazione con David Gulpilil, la guida in The Tracker, che di una di queste tribù fa parte ed ha sempre invogliato il regista a compiere un viaggio del genere attraverso i suoi racconti. Dalle fonti di terzi non solo progetti come 10 Canoe hanno preso forma, ma anche lavori considerati secondari all’ideologia predominante di De Heer, come dimostra l’onerosa produzione de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (2001), opera tratta dall’omonimo romanzo di Luis Sepúlveda. Un lungometraggio difficilmente classificabile all’interno della filmografia del regista, perché di chiaro stampo lirico e surreale ma allo stesso tempo drammaticamente terreno in molte sue sequenze. Un po’ come l’eterno dualismo scenografico che si alterna in tutto il cinema di Rolf De Heer, l’opprimente claustrofobia delle “stanze” e la suggestiva apertura dell’occhio alle sterminate valli australiane. Così, ne Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, in una dimensione più propriamente assonante a quella del sogno, ci può pur sempre disgustare una sequenza in cui ad un uomo vengono cavati tutti i denti, e nello stesso tempo riportare al duro confronto che intratteniamo quotidianamente con la realtà.

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La ragione è la sola cosa che ci fa uomini e ci distingue dalle bestie

René Descartes

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