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Pietà

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anche i grandi registi sbagliano

(1/10) Voto 1di 10

Un suicidio di un invalido, una pippa di un ragazzo, scene di sesso in officina senza amore nè desiderio reciproco, due pestaggi, un'amputazione, insulti a pioggia, urla di dolore lunghissime, sgozzamenti di polli e interiora schizzate, recitazione scolastica, spiegazioni da parte dei protagonisti inutili, ambientazione opprimente. Siamo usciti dopo aver visto il protagonista che getta una delle vittime da un palazzo ad un'altezza studiata per menomarlo alle gambe ma non ucciderlo (anche qui lunghissimi lamenti) al fine di intascare l'assicurazione d'invalidità (ma dico, è possibile che una pensione di invalidità sia intestabile ad un terzo, nello specifico ad uno strozzinio?)



michele rege, 37 anni, piacenza (PC).




l'oscuro sapore della vendetta

(7/10) Voto 7di 10

Alla fine della proiezione vorresti che qualcuno avesse pietà di te ed il primo impulso è quello di considerare volutamente esagerato tutto quel campionario di violenze per far passare un messaggio semplice ed antico: il vendicarsi si rivela, per chi vuole provarne il gusto estremo, meno soddisfacente di quanto si pensi. In questo caso è una sorta di “humana pietas” per il nemico, l’elemento inatteso che altera il sapore della vendetta per la protagonista. Sin dalla prima scena del film lo sconcerto è tanto, perché le immagini violente, oltre che vedersi, si “sentono” e fare da guardona a delle torture crudeli non è piacevole. Dopo la prima parte però, entra in scena, a fianco dell’efferato Kang-Do, il protagonista, un secondo personaggio, la madre fino allora sconosciuta. La sua assenza, fin dalla nascita del piccolo, ha contribuito a riempirlo di rabbia, voglia di potere, osceno compiacimento per le vittime. Il giovane è l’esattore di un usuraio e fa convintamente (anche andando oltre il volere del suo mandante) quel lavoro; a chi non paga toccano mutilazioni o morte per incassare l’assicurazione e per il gusto di esercitare il proprio furore sugli inermi, uomini o animali. Ma una mattina il giovane, uscito per le strade squallide, piene di rottami e di sporcizia senza redenzione, si vede seguito da una figuretta di donna che non lo lascia e lo aspetta sulla soglia di casa quando lui esce al mattino reduce da un'altra notte di “amore”, fatto di masturbazioni sul cuscino. La storia si ripete per qualche giorno fino a che si viene a sapere che quella donna è sua madre. Niente sarà per lui come prima. Ben presto Kang-Do si arrende alla cura, alla dolcezza, al pranzo trovato pronto, in una parola all’affetto di quella persona che accetta anche l’estremo oltraggio dello stupro dal figlio ritrovato. Scene fortissime, lacrime continue, orientale dismisura lasciano lentamente il posto ai sorrisi, al ritrovarsi insieme, al regalino affettuoso. Tutto è nuovo e insperato per il protagonista, ma niente è come sembra. La falsa madre rivelerà alla fine il suo piano vendicativo ed il cerchio si chiude perché al suicidio della prima scena corrisponde il suicidio squallido e strano della fine. Come si sarà capito, la vena polp-pulp o da sceneggiata partenopea, è portata alle estreme conseguenze da questo maestro del cinema alla sua diciottesima prova, dopo quattro anni di silenzio e una vita piena di esperienze approdate a una sorta di misticismo anch’esso vissuto fino in fondo. Ma la mano del regista che sa fare il suo mestiere non si discute e regala a tratti la dolente poesia di altri suoi film. Kim Ki-Duc sa scegliere le inquadrature e i primi piani, sa esaltare il colore, usa magnificamente la bravura e la bellezza da fiore calpestato dell’attrice che impersona la finta madre, lascia spazio nei momenti meno enfatici a una critica tagliente del dio-denaro che cancella l’umano, abbrutisce le città, rende la realtà di oggi di un tristissimo color ruggine.



olga di coite, 67 anni, perugia (PG).





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