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Il matrimonio di Lorna

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messaggio disperato

(8/10) Voto 8di 10

film dal messaggio disperato che rivela la criminalità come condizione essenziale per fare gli "extracomunitari". con la legalità, specie di questi tempi, difficilmente si ottiene un posto al sole persino se si è nati nella parte "giusta" del mondo... figuriamoci se si proviene da quella "sbagliata".



Esmeralda, 42 anni, Milano.




i sentimenti e i racket

(8/10) Voto 8di 10

Tra i meccanismi psicologici umani e le logiche di mercato può prodursi un corto circuito; se questo avviene è l’identità umana che spesso si destabilizza anche fino alla follia. E’ quello che accade a Lorna, il bellissimo personaggio femminile dell’ultimo film dei fratelli Dardenne. Il meccanismo narrativo del film è originale, perché lo spettatore entra lentamente nella vicenda che all’inizio appare poco chiara e riserva sorprese fino alla fine. A rendere “misterioso” il racconto è poi il comportamento, nella prima parte, del personaggio principale, quasi immobile, una piccola sfinge con strani scatti e fragilità, ella si muove perlopiù con aria assente, come se quello che fa non la riguardasse o perlomeno non la toccasse nel profondo. Scopriamo intanto che Claudy, il marito tossico che l’aspetta a casa, è stato sposato da Lorna, albanese, per avere la cittadinanza belga. Il tutto fa parte di un piano ordito da un malavitoso italiano che regge le fila di un racket di matrimoni più o meno legali, volti ad acquisire burocraticamente una identità. Ma non sempre si tratta di coronare piccoli sogni personali (come nel caso di Lorna), spesso la burocrazia fa da copertura per condurre in pace loschi affari. E’ il caso del mafioso russo che dovrebbe sposare la ragazza non appena rimarrà vedova del tossico, “aiutato” a morire con una bella overdose. Gli affari infatti non aspettano, mentre per rendere operativo il divorzio ottenuto da Lorna bisogna aspettare un mese: troppo per le attività del boss. A questo punto dell’intrigo è l’indifferenza della giovane a crollare: il fragile drogato ha fatto breccia nei suoi sentimenti e per aiutarlo in qualche modo la donna abbandona la sua ambiguità circa il finto marito, il quale è l’unico ad avere veramente bisogno di lei. Così, con un moto assolutamente spontaneo, in una scena centrale del film, ci fa l’amore in maniera straziante e pura, che rivela un’identità ritrovata. Poi le cose andranno come andranno e vi lasciamo alla sorpresa. Due parole invece sulla tecnica e sulle immagini. Nei film precedenti, tutti notevoli, ma vorrei citare in particolare Il figlio e L’enfant, i Dardenne usavano la macchina da presa a 16 mm., quasi scavando a distanza ravvicinata gli attori e le pieghe dei personaggi; qui i ritmi sono più lenti, tanto che generano qualche pesantezza, mentre le immagini sono più pensate e costruite, specialmente quelle in interno. Tra gli attori notevole il solito Jérémie Renier, ormai una creatura dei Dardenne, ed Arta Debroshi col suo visetto distante o intenso e il fisico acerbo e non perfetto da adolescente. I dialoghi risultano essenziali come sempre, tutto è interiorizzato e il finale, molto toccante, è da fiaba cattiva e moderna. Certo da questa coppia di fratelli registi non c’è da aspettarsi il riso e il sogghigno dei Coen. In questo caso sono la tensione morale e la serietà a renderli altrettanto preziosi.



Olga, 60 anni, Perugia (PG).





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